di Barbara Caffi
CREMONA — Molte sono vestite di scuro, con abiti lunghi a coprire le gambe. Molte hanno il capo velato, con i capelli raccolti in fazzolettoni. Sono le Donne ritratte da Ezio Quiresi dagli anni Cinquanta all’inizio degli anni Settanta, in un giro da nord a sud tra operaie, contadine e ricamatrici che contribuirono — con il loro lavoro duro e spesso sottopagato — a rimettere in piedi l’Italia dopo la guerra. Ottanta delle fotografie scattate all’epoca dal fotografo cremonese — scomparso a Ferragosto—vennero raccolte in un libro edito da Mup editore di Parma.
Proprio per rendere omaggio all’artista cremonese, il volume sarà venduto con «La Provincia » al prezzo di 7,80 euro più il costo del giornale.
Da quelle immagini ai giorni nostri sono passati cinquanta, sessant’anni: solo un paio di generazioni. Eppure il tempo sembra essersi dilatato e non è solo il bianco e nero di Quiresi a rendere remote quelle donne impegnate in lavori manuali, con la schiena curva nei campi, i piedi callosi che spuntano da zoccoli e ciabatte, le mani segnate dalla fatica. Quelle immagini sembrano uscite da un film neorealista, e del resto i tempi erano gli stessi di Rossellini e De Sica, o di De Santis e del suo Riso amaro, cui sembra far esplicito riferimento L’acquaiola delle risaie vercellesi (1957) riportata in copertina.
E’ una fotografia emblematica, tra le ottanta di Quiresi riportate nel libro e sembra presaga del successivo cambiamento della condizione femminile e della stessa società italiana. Era giovane e bella, quell’acquaiola piemontese, e probabilmente ne era consapevole. Lavorava nei campi,ma con un pensiero altrove, come si può intuire dai calzoncini corti e dalla camiciola a quadrettini, che possono far pensare non solo alla Silvana Mangano mondina, ma anche a una versione un po’ più ruspante dell’originale di Brigitte Bardot.
Quiresi ha avuto il merito — mentre inseguiva monumenti e paesaggi per conto del Touring — di fotografare le donne ancorate al passate, ma anche di cogliere il preludio ai cambiamenti, con intuizione antropologica e sociale. «E’ un libro sull’Italia senza fili elettrici dell’alta tensione, senza autostrade e senza tutta la modernità che ha cambiato il volto del nostro Paese — scrive Guido Conti, scrittore e direttore editoriale della Mup —. Un viaggio nel sentimento di un fotografo che adora le donne, le ammira, le ama e le ritrae con affetto e partecipazione, spesso mettendole in posa, cercando il sorriso, il gesto, la bellezza. Dà voce alle fotografie ciò che alcuni intellettuali degli anni Cinquanta-Sessanta denunciano nei loro scritti».
Donne è infatti accompagnato da alcuni scritti, che ci raccontano quei giorni, da Pasolini a Guareschi, da Alda Merini (con una poesia creata proprio per le mondine di Quiresi) a Rossana Rossanda. Donne è un libro che ci riporta al passato ma senza nostalgia (meglio la lavatrice che stare in ginocchio al lavatoio), ma con la forza di un omaggio alle donne che—come scrive Isabella Bossi Fedrigotti nell’introduzione—«hanno lavorato perché il cammino nostro fosse più agevole, meno ripido del nostro».