LaProvinciadiCremona/ Il Vangelo/

Prendiamo sul serio i doni di Dio. Ciascuno dovrà renderne conto


Domenica 33ª del tempo ordinario
 

Mt.25,14-15,19-21
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: ‘Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque’. ‘Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone’».

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Un padrone consegna cinque, due, un talento nelle mani dei suoi servi e poi se ne va. Le somme sono ’molto’ rispetto all’umile condizione sociale dei beneficiati. Il padrone, dunque, si fida dei suoi servi. E loro si fidano di lui? È il primo rimando della nota parabola. Dio mi affida i suoi beni, secondo le mie capacità, e parte. Non finge di fidarsi. Si fida veramente. Ipotizza che potrei anche perdere tutto,manon teme di rendermi protagonista della vita. Non mi chiede, nel periodo intermedio, come abbia investito. È quasi sicuro che il suo dono sarà motivo di profonde domande almeno su ciò che devo, potrei, mi chiede di fare. Dio, dal giorno in cui ha affidato il creato ad Adamoed Eva, e la vigna che è Israele ai re e ancora, nel Vangelo, la sua piantagione ai servi perché la facciano fruttare, non ha affatto perso la speranza che, prima o poi, questo frutto spunti e cresca. Anch’io, però, devo affidarmi a Dio, primo, unico e ultimo riferimento della mia esistenza. Il momento del rendiconto personale ci sarà, al ritorno del padrone. Nella parabola la condizione dei primi due servi è simile: cambia la quantità dei talenti, cinque e due, ma il risultato è identico. Essi hanno preso sul serio ciò che il Padrone ha offerto loro e lo hanno raddoppiato. Non distinguono più ciò che era stato deposto nelle loro mani da ciò che hanno guadagnato. Il dono è impiegato come se fosse di loro proprietà e questo lo rende sovrabbondante. L’ultimo servo, invece, è scioccamente pauroso e nasconde tutto ciò che ha ricevuto. Il padrone si è fidato anche di lui, ma è lui che non sa apprezzarsi. Si intristisce senza neppure saperlo. Taglia alla sua vita possibilità di bene scusandosi che non ne è capace. È davvero un peccato che la vicenda raccontata da Gesù, oggi, si ripeta per molti ragazzi e giovani che decidono di rimanere tristi, isolandosi dal mondo e dalle relazioni, dimenticandosi come la loro vita, da possibilità, possa diventare dono. E i talenti ricevuti, da regali immeritati, trasformarsi in servizio. È difficile che rimanga tempo e voglia di spendersi quando si è troppo amanti di se stessi.

C’è un mondo, una Chiesa, una società che hanno bisogno del mio contributo, ma è necessario che io operi il passaggio dal dono al servizio, crescendo come ottimo amministratore della gratuità ricevuta. E se permettete è ancora più grave che noi adulti, vedendo tante tristezze giovanili, siamo così a corto di buone notizie da raccontare loro e così aridi di splendide esperienze da proporre da adeguarci al mediocre. Siamo più comodamente devoti di un mondo nel quale i talenti è «meglio tenerseli, metterli al sicuro perché almeno li hai», piuttosto che trasformarli in una possibilità di salvezza e di gioia comune. Dopo l’esperienza estiva di Pietrasanta, tra i ragazzi del Liceo Vida e i ragazzi della neuropsichiatria infantile, il prof. di filosofia, Samuele Lanzi, aveva chiuso l’incontro dicendo ai ragazzi così: ‘Parto da Matteo 25: «Sei stato fedele nel poco, prendi parte alla gioia del tuo padrone». Che cos’è questo «poco» che diventa «molto»? È il ragazzo che, dopo dieci giorni di pazienza, sfiora col piede il mare, la ragazza che, nonostante le botte, vuol bene a tutti; l’altro ancora che insulta tutti, ma vi vuole tutti per sé. Siete stati fedeli nel «poco» e cosa avete ricevuto? Il «molto». Il valore delle cose nasce dalla condivisione delle stesse. Per questo ci appartengono. Ne siamo affezionati’. È vero. Solamente nelle cose, nei rapporti, con le persone a cui vogliamo bene sappiamo dare tutto, raddoppiare, amare. Omobono Tucenghi, patrono della Chiesa di Cremona, in questo giorno a lui dedicato, ce lo ricorda con attualissima forza. Ha lasciato che Dio passasse in mezzo alla sua vita. Lui, povero, è stato capace di arricchire molti. La questione non è stata la quantità dei suoi talenti: erano adatti a lui. Con Dio li ha raddoppiati e ne è uscito un capolavoro di fede e di carità. Così grande che, dopo più di ottocento anni, ancora ci fa innamorare.

 
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