Domenica 28ª del tempo ordinario
Matteo 22,1-14
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Eglimandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: ‘Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!’. Maquelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: ‘La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze‘. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: ‘Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?’. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: ‘Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti’. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
**************************************
di Don Marco D’Agostino*
Quando ero più giovane mi stupivo della bellezza non accolta e dell’amore non corrisposto. Se ascoltavo un brano come quello proposto dalla liturgia di oggi mi interrogavo sul ‘come’ sarebbe stato possibile non accogliere un invito, sul perché il resto delle occupazioni dovesse essere più importante di Dio e della sua voce così invitante.Emi succedeva anche di scandalizzarmi sentendo chi, volutamente, rinunciava alla grazia propostagli da Gesù e scambiarla con un bene di minor valore. Oggi, purtroppo, quel sentimento si è un po’ annebbiato e, se non drizzo le antenne, rischio di ‘normalizzarmi’. Sono tentato di fare come fan tutti. Se perdo, oggi, una proposta del Signore, sono quasi sicuro che, domani, me la rifarà. Preso come sono dalle cose da fare rischio di perdermi in ciò che non ha senso, che non mi compete, che faccio perché mi piace ma non ha attinenza alcuna col mio stato di vita. Quella festa raccontata dal Vangelo a cui siamo invitati è bella, splendide le portate e sublime la preparazione, ma io non ho tempo. Seguo la mia superficialità più che le direttive per arrivare al luogo delle nozze del figlio. Fuori metafora quel banchetto offre, a chi ascolta la voce dei servi, il dono della salvezza.Eciascuno può, coscientemente, rifiutarla affermando, con la propria vita, che i suoi impegni valgono più di Dio. È una tentazione reale far tacere la voce dei servi, ucciderli, metterli da parte. Così come soffocare la chiamata del Signore è ‘chiudergli la bocca’, professando, invece che la fede, la sicurezza in mestesso. Dio non si scoraggia: è la buona notizia di oggi. Chiama molti, ma non tutti i chiamati sono adatti. Chiama ancora, ma non è detto che tutti noi, oggi, siamo attenti alla sua voce. La festa è pronta e si farà e la sala sarà riempita di commensali, buoni o cattivi che siano. La discriminante non sta nella moralità della vita, manella prontezza ad accogliere l’invito. Dio desidera festeggiare e a quella festa, di nuovo, possono andarci tutti quelli che sono chiamati. La tentazione, come nel primo caso era quella di non considerare la chiamata, nel secondo è quella di non pensare che, comunque, siamo invitati alle nozze. Il vestito mancante, allarme perchè il servo ammutolito sia gettato fuori, là dove fanno male i denti e si piangono lacrime amare per ciò che si è perduto, ricorda a noi tutti, me per primo, che dobbiamo uscire dal torpore e scrollarci di dosso quella pigrizia che rischia di farci abituare ad una vita che non ascolta domande o a pranzi senza adeguato vestito. La differenza non sta solo nell’abito materiale, anche se un po’ di decenza, qualche volta, sia nell’andare a leggere in chiesa, sia nell’essere in fila per la comunione, non guasterebbe affatto. Il vestito è interiore. Il Vangelo ci fa attenti che è sempre ora di essere accolti e chiamati a quel banchetto. Ma senza abito in sala non puoi stare. È sempre tempo di gioire col Signore e la messa domenicale non deve essere l’ultimo dei pensieri. In settimana pensiamo a quanto Dio ci ami: i suoi inviti ripetuti raccontano che quella festa è per noi. Andiamoci, perché tutto il resto lo si può fare in altro momento. E andiamoci col vestito perché quello di scorta, per noi, Dio non ce l’ha. Vestiamoci bene, allora. Da nozze. In attesa di essere chiamati a festeggiare.
*vice-rettore del Seminario di Cremona