Da soli non arriviamo a Gesù. Ci sollevano aiuto e misericordia
Domenica 6a del tempo ordinario
Marco 2,1-12
Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola. Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico ‘Ti sono perdonati i peccati’, oppure dire ‘Àlzati, prendi la tua barella e cammina’? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua». Quello si alzò e subito prese la sua barella e sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».
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Vorrei essere, silenziosamente, in un angolo di quella casa che viene scoperchiata per far calare la barella con il paralitico. E cosa vedo? Vedo Gesù che annuncia la Parola e la folla che pende dalle sue labbra. Non c’è più nemmeno il posto per entrare. È la Parola del Maestro che ancora attira, forma il cuore, sprona ad una vita santa. Vedo anche quattro uomini decisi a tal punto che, non potendo passare con il paralitico, con la loro forza, scoperchiano il tetto della casa e fanno calare dall’alto la barella. Vedo quello che vede Gesù, cioè la loro fede, una fede che si vede nelle azioni concrete, nel portare il peso, nella sostanza e non nelle chiacchiere. Non è sufficiente dire che si «crede in Dio» e nemmeno è sufficiente, come sto facendo io, scriverlo. Bisogna mettere in atto braccia, forze, fantasia perché questo Signore sia cercato, trovato, amato. I portatori non si fermano al primo tentativo. Non è un problema se Gesù sembra irraggiungibile. Gli portano davanti la barella con l’uomo malato. Mi vedo, infine, steso su quella barella, bisognoso di essere portato perché non so più camminare e a volte le mie gambe si paralizzano, il mio cuore fatica ad mare coloro che non mi amano. Voglio così rivedere, in quell’essere portato, in una grata memoria, le tante persone che, nella mia vita, mi hanno accompagnato fin davanti al Maestro, anche quando non volevo. Trasportato dal loro esempio, incoraggiato dalla loro parola, spronato dalla loro voglia di ricominciare ho sentito che , da solo, non sarei mai arrivato da Lui. Quante mamme e papà coraggiosi nell’affrontare la nascita e la crescita del figlio diversamente abile; quanti dolori da sopportare con un allenamento che non ha pari; quante sofferenze per la perdita del lavoro e della salute; quanti guai finanziari, morali, economici, interiori dilaniano la nostra vita. E quanta carità nel sentirci aiutati e deposti davanti a Gesù. Un Gesù che, proprio per questa fede che si fa carico e si coinvolge nella vita degli altri, perdona i peccati dell’uomo. Un uomo che non è straniero, ma figlio. Che non è lontano da Dio perchè restituito alla sua dignità. È una pagina splendida, ricca di buone notizie. La vita della Chiesa è fatta di grandi notizie che vengono da Dio. E c’è sempre chi, anche il bene, lo vede male e, davanti a ciò che c’è di grande e di straordinario, vuole, con i suoi commenti, renderlo ordinario o, peggio ancora, svalutarlo. C’è sempre in famiglia, in parrocchia, al lavoro, negli ambienti di vita qualche ‘scriba’ che pensa in cuor suo: «Costui bestemmia. Solo Dio può rimettere i peccati». Non vedere il Signore all’opera è molto semplice. Sovrapporre il male al bene, la falsità che fa male ad un testimonianza che farebbe bene ascoltare e ospitare è degenerante; parlar male di una persona che si impegna perché non si riesce a comprendere dove trovi la forza di fare ciò che fa è di una grettezza spaventosa. Non si capisce, nel vangelo, se gli scribi siano contenti o meno che quel paralitico sia stato perdonato. Quando il cuore dell’uomo vive nell’immobilismo e nella cecità, non vede neppure quello che Dio compie. Gesù compie gesti che non appartengono all’uomo. Nel paralitico risanato malattia fisica, la paralisi e malattia morale, il peccato vengono uniti, non come punizione, ma come salvezza. Invece di commentare sarebbe buona cosa salirci su quella barella e al posto di sapere le priorità teologiche, chi deve fare che cosa, sarebbe utile fare l’esperienza del Gesù che risana e perdona. È Carnevale, oggi. Ma, invece di metterle, le maschere, è meglio toglierle, cercando di mostrarsi per ciò che si è, nella speranza certa di essere risanati. E anche noi, comeil malato del Vangelo, prendere la nostra barella e tornare a casa. Segni di una misericordia che ci trapassa e di una Parola che ci risolleva.