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Tamoil onori il suo debito con la città


La raffineria è stata una presenza scomoda per la città, accettata da tutti per il lavoro che garantiva ai dipendenti e per il benessere che assicurava a quasi un migliaio di famiglie. Un anno fa, nemmeno gli ambientalisti più radicali salutarono ufficialmente come una liberazione l’annuncio della chiusura degli impianti. Non lo fecero per due motivi: smantellare la raffineria ma conservare il deposito impedisce il riutilizzo di una zona di grande pregio, prospiciente le società canottieri e il fiume; la perdita diretta di duecento posti e lo smantellamento dell’indotto avrebbero avuto pesanti conseguenze sociali. Quell’annuncio suonò come una beffa: dopo decenni di sfruttamento intensivo di una parte importante della città, gravemente danneggiata e inquinata per effetto della raffinazione del greggio, l’azienda smobilitava perché le risultava più conveniente proseguire l’attività altrove. Anziché investire sugli impianti e conservare la produzione industriale per un obbligo morale verso la città e i lavoratori, Tamoil decideva di chiudere i rubinetti e di mantenere lo stoccaggio, sfruttando i due oleodotti che la collegano a Ferrera, nel Pavese, e a Tavazzano, nel Milanese

L’accordo sindacale raggiunto con l’azienda e la mediazione delle istituzioni locali, della Regione e dei parlamentari locali ha accontentato tutti senza estinguere l’enorme debito contratto con la città. Il credito di Cremona verso Tamoil è aumentato a dismisura con la collocazione in cassa integrazione di duecento lavoratori. Solo 51 rimarranno in servizio. Ai 206 esuberi vengono assicurati due anni di cassa integrazione con stipendi al 90 per cento e dodici mesi di mobilità. È un accordo vantaggioso se paragonato con le condizioni che abitualmente i sindacati accettano per le crisi aziendali,mala Tamoil ha rappresentato un’eccezione nel panorama industriale provinciale, vuoi per la sua potenza economica e finanziaria vuoi per l’impatto che ha prodotto sul territorio. Il confronto con una qualsiasi azienda che chiude è improponibile e banalizza l'intera vicenda. In settimana un alto dirigente della Tamoil si è rammaricato perché i sessanta cassintegrati contattati da una società incaricata della ricollocazione hanno rifiutato l’impiego nella raffineria di Sannazzaro de’ Burgondi o in altra sede situata tra i cento e i centocinquanta chilometri da Cremona. Tutti si sono chiesti la ragione di un’uscita tanto improvvida che dipinge come fannulloni persone che chiedono solo di continuare a lavorare e che, potendo scegliere, non accettano condizioni capestro. I lavoratori respingono sdegnati l’ombra che si è allungata su di loro e smentiscono l’azienda: lo stipendio offerto sarebbe inferiore a quello percepito e al primo trasferimento potrebbero seguirne altri, ancora più lontano da Cremona, a Livorno o a Marghera, e con turni di lavoro che impediscono l’uso dei mezzi pubblici. Insomma, la soluzione prospettata sarebbe moltomeno allettante di quanto si fa credere.

Gli accordi prevedono la libera scelta per i lavoratori e non è corretto che la controparte esprima giudizi sui dinieghi. Sbaglia anche chi critica senza conoscere i termini di un’intesa che prevede la ricollocazione del personale a non più di cinquanta chilometri da Cremona. E’ impensabile che l’azienda abbia sollevato involontariamente questo vespaio, per di più utilizzando argomentazioni speciose. Qualcuno sospetta che Tamoil, gravata dal peso economico dell’intesa siglata nel 2011 coi sindacati, intenda defilarsi. E’ il momento di vigilare perché tutti gli impegni siano rispettati, dalla bonifica, all’esecuzione del piano di reindustrializzazione, alla costruzione di un sito di riciclaggio delle materie plastiche, alle soluzioni prospettate per l’area di Tencara. Ogni promessa è debito e quello della Tamoil con la città cresce di giorno in giorno.

 
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