Tagli ingiusti sulle pensioni, ma i privilegi non si toccano
mar 20 settembre 2011
di Vittoriano Zanolli
L’indignazione è il sentimento che ha indotto molti degli elettori di centrodestra a tradire Pdl e Lega e a consegnare il Comune di Milano a Giuliano Pisapia. È una tesi che può spiegare anche la vittoria dei sì ai referendum e soprattutto il raggiungimento del quorum dopo che per 16 anni erano falliti tutti i tentativi dei comitati referendari di portare alle urne almeno il cinquanta per cento degli aventi diritto al voto. Quale sentimento, se non l’indignazione, può suscitare nel cittadino comune il provvedimento contenuto nella manovra finanziaria che limita al 45 per cento la rivalutazione delle pensioni tra 1.428 e 2.380 euro lordi mensili? Chi ha la sfortuna di percepire un assegno superiore a 2.380 euro non avrà diritto ad alcuna indicizzazione nella quota superiore a questa cifra.
Per almeno due ordini di motivi questa decisione del Governo è profondamente ingiusta. Le pensioni comprese tra mille e millecinquecento euro netti possono garantire una vita dignitosa ma di sicuro non permettono di scialare, perciò si doveva sottrarle ai tagli della manovra. Il giudizio è negativo anche perché questo provvedimento non rispetta l’equità sociale che è un pilastro di uno Stato democratico. Anziché toccare la fascia mediobassa delle pensioni, si dovevano cancellare i privilegi camuffati da diritti che fanno del sistema pensionistico italiano un unicum mostruoso nel mondo occidentale. Se n’è parlato di recente in un affollato e animato incontro pubblico a Crema con il giornalista Mario Giordano, autore di un libro bianco sugli scandali pensionistici che ha scalato rapidamente le classifiche, a dimostrazione di quanto il tema sia sentito dalla gente. La manovra impone sacrifici agli italiani che vivono del proprio lavoro e che pagano le tasse, ma non ai privilegiati, un esercito formato in prevalenza da parlamentari in quiescenza e in servizio. La casta dovrebbe provare vergogna a tagliare le pensioni, non essendo ancora intervenuta sui vitalizi dei deputati e dei senatori. Uno Stato serio, che dà la giusta importanza alla fiducia dei cittadini nelle istituzioni, avrebbe dovuto cancellare da tempo l’assegno mensile all’avvocato Luca Boneschi, deputato per un solo giorno. Si dimise il 12 maggio 1982, 24 ore dopo l’elezione per i radicali nel collegio di Como, senza nemmeno una presenza in aula né un atto se non la lettera di dimissioni. Da allora riceve regolarmente 1.733 euro netti al mese. Altro che trentacinque anni di versamenti, riscatto della laurea, ricongiunzione contributiva e altri grattacapi che assillano milioni di italiani. Quello dell’onorevole Boneschi è un caso limite, ma non il solo perché l’Italia dei privilegi è uno Stato nello Stato che si tutela con leggi, commi e regolamenti applicativi di norme studiati apposta per perpetuare lo status quo. Si dovrebbe avere la forza e il coraggio di smantellare castelli di privilegi dove si annidano torme di parlamentari che percepiscono tre, quattro, cinque assegni distinti al mese, titolari di pensioni d’oro, baby pensionati, falsi invalidi e tutti coloro che beneficiano di trattamenti di favore, a cominciare dai commessi del parlamento. E intanto le indennità di deputati, senatori e consiglieri regionali dovrebbero essere riparametrate su livelli europei. Senza perdere altro tempo si dovrebbe dimezzare il numero dei parlamentari ed eliminare le Province, come aveva promesso la Lega in campagna elettorale. A quel punto, azzerate le scorte inutili, ridotte al minimo le auto blu e tagliate tutte le spese superflue, il Governo è legittimato a chiedere sacrifici alla gente. Oggi non ha l’autorevolezza per farlo, malo deve fare perché la manovra da 47 miliardi di euro serve a evitare la bancarotta al Paese. Lo fa introducendo provvedimenti iniqui, come quello sulle pensioni, o addirittura illegali, come quello sulle quote latte. Gli allevatori multati non saranno più sottoposti alla riscossione coattiva mentre i loro colleghi onesti hanno pagato anche per loro. E che dire dell’intenzione di applicare un ticket di 25 euro alle visite del pronto soccorso? È una vera e propria tassa sulla salute. La manovra si presta a critiche anche perché riaccende il conflitto generazionale: penalizza ingiustamente 5 milioni di pensionati e favorisce giustamente i giovani imprenditori e i cassintegrati che potranno contare su un regime fiscale di assoluto favore. La politica dovrebbe dimostrare dignità, soprattutto nei momenti di crisi. Non lo fa. Si aspetti nuove ondate di indignazione che la sommergeranno.