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Società mista per l'acqua. Altra sconfitta della politica


E’ mancata la politica, intesa come arte del possibile, nella fase informativa preliminare e in quella decisionale di approvazione della proposta di società mista per la gestione del servizio idrico integrato in provincia di Cremona. Ne sono conferma la richiesta di revoca votata il 12 dicembre da 102 dei 103 sindaci riuniti in assemblea, la presenza di soli 61 primi cittadini dei 115 del territorio all’assise di venerdì scorso e il parapiglia conclusivo. La conferenza dei sindaci, che aveva espresso unanimi riserve su quel piano, si è spaccata e questo è un altro aspetto negativo per l’Ato, l’Ambito territoriale ottimale, e quindi per la Provincia. In politica non conta solo il risultato — in questo caso l’ingresso dei privati nella gestione degli acquedotti, delle reti e delle fognature—ma anche il consenso che si costruisce attorno a un progetto. Il tumultuoso esito dell’ultima assemblea è stato lo sbocco naturale di un iter tortuoso che non ha eliminatomaaumentato i dubbi e le riserve dei sindaci. Le società miste sono le più efficienti nella gestione del servizio idrico integrato purché la parte pubblica, cioè i Comuni, ai quali compete il controllo, non siano di fatto esautorati. L’apertura ai privati non è in contrasto con l’esito del referendum che impedisce la privatizzazione dell’acqua, come qualcuno ha tentato demagogicamente di far credere. Probabilmente è la soluzione migliore anche per la provincia di Cremona dove le cosiddette sette sorelle, cioè le società pubbliche che forniscono il servizio, non hanno un’idea comune e obbiettivi convergenti. Anche la loro divisione ha impedito che si aprisse un confronto costruttivo su un modello gestionale condiviso. Resta il fatto che tutti i Comuni sono critici sul piano presentato dall’Ato. E non lo sono per questioni ideologiche, considerata la convergenza tra amministrazioni di segno opposto. IlComunedi Cremona è favorevole all’ingresso dei privati, ma con garanzie ferree sui poteri di controllo e di decisione dell’ente pubblico.Unconcetto che il sindaco Oreste Perri ha sintetizzato in una frase semplice, ma tutt’altro che banale, che dovrebbe illuminare l’amministrazione provinciale e il cda dell’Ato: l’acqua non è di destra né di sinistra. I sindaci dei due opposti schieramenti hanno lo stesso interesse a offrire ai loro cittadini il servizio migliore con le tariffe più basse. Il consiglio d’amministrazione dell’Ambito territoriale avrebbe dovuto prendere atto della richiesta di revoca della delibera votata da 102 sindaci, aprire con loro un confronto e formulare una nuova proposta tra quindici giorni. Tanto più che l’ipotesi di commissariamento dell’Ato, attesa il 31 dicembre in assenza di un piano di gestione, è poco realistica, visto che Cremona è l’unica provincia lombarda ad avere un Ufficio d’ambito. Al confronto si è preferito lo scontro, un mezzo sbrigativo per raggiungere l’obiettivo, ma insidioso. Se l’approvazione della società mista in Regione e in giunta provinciale è scontata, non lo è in consiglio provinciale dove i cecchini cremaschi della Lega sono pronti a impallinare il piano e chi lo sostiene. Molti sindaci di destra e di sinistra decidono insieme gli accorpamenti scolastici, i servizi sanitari, la vigilanza e la nettezza urbana. Agiscono senza pregiudizi politici. È un errore avere costretto quasi metà di loro a disertare l’assemblea di venerdì perché la rottura del fronte potrebbe rendere più difficile il proficuo lavoro comune fatto finora su più versanti, per il bene della comunità. Ultimo, non meno importate aspetto negativo di questa vicenda, è avere calpestato il parere della gente, cioè degli oltre trecentomila cremonesi che con il loro voto hanno scelto quei sindaci che li rappresentano e che ora vengono snobbati. Il presidente della Provincia ha novanta giorni per rimettere insieme i cocci. Dovrebbe farlo partendo dalla conferenza dei sindaci, comprensibilmente intimoriti di perdere il controllo sull’acqua, come il Comune di Cremona l’ha perduto nella società mista di trasporti Km dove i privati comandano e guadagnano e gli enti pubblici pagano per ripianare le perdite. È una sfida difficile,manon impossibile per Massimiliano Salini convincere i Comuni che la società mista non li esautorerà e che il servizio migliorerà. Deve usare l’arte della politica, la sola con la quale può recuperare il consenso che finora è mancato.
 
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