Pm10e inceneritore, ora risposte serie
dom 19 febbraio 2012
Senza convinzione, anzi, con tutto lo scetticismo che accompagna l’adozione di palliativi, il Comune di Cremona oggi chiude la città al traffico e applica il piano antismog condiviso da altre nove municipalità confinanti con il capoluogo. Lo prevede il protocollo firmato a fine gennaio in prefettura. All’utilità dei blocchi non crede l’assessore e tecnico ambientale Francesco Bordi che è costretto ad accettarli come soluzione politica. Nemmeno il sindaco Oreste Perri pensa che fermare i veicoli a motore per un giorno disperda i veleni sospesi nell’aria. Lo stop serve a tacitare la coscienza degli amministratori pubblici ed è la foglia di fico che copre la vergogna dell’ennesimo fallimento della politica. In febbraio abbiamo trascorso nella morsa dello smog 15 giorni su 18 che, uniti ai 22 di gennaio, portano a 37 il periodo totale del superamento della soglia d’allarme in soli due mesi, quando il limite stabilito dall’Unione Europea è di 35 in un anno. Pazienza per la figuraccia che facciamo a Bruxelles.
Vero motivo di preoccupazione sono i rischi per la salute che dovrebbero spingere chi ci governa a escogitare rimedi efficaci, non i blocchi estemporanei o la circolazione a targhe alterne che sarà applicata mercoledì se la pioggia o il vento non avranno ripulito l’aria. E’ sconcertante che oggi si riproponga a tutela della salute pubblica una misura imposta con tutt’altra finalità durante lo choc petrolifero del 1973. E’ un attestato di incapacità amministrativa e di miopia politica perché dimostra che nulla è stato fatto in quarant’anni per incentivare l’uso dei mezzi pubblici e poco per contenere l’inquinamento delle caldaie. Sugli amministratori in carica a Cremona ricadono le omissioni e l’inerzia dei loro predecessori che non hanno costruito i parcheggi corona attorno all’isola pedonale, che hanno smantellato la rete dei filobus sostituiti con i mostri velenosi che intasano il centro storico e la periferia, che hanno portato al collasso il trasporto pubblico. Le responsabilità non sono solo locali e vanno individuate su scala regionale se è vero che i blocchi del traffico servirebbero solo se effettuati su macro zone comprendenti l’area metropolitana milanese.
Spetta alla politica adottare soluzioni che anticipino gli eventi negativi o quanto meno risolvere i problemi. Siamo testimoni e purtroppo vittime di quanto inadeguata sia l’azione dell’Unione Europea nel fronteggiare la crisi economica e finanziaria e altrettanto lo siamo sul fronte dell’ambiente che non è un’entità astratta. Le migliaia di morti silenziose causate ogni anno dallo smog non fanno notiziama sono un macigno sulla coscienza di chi ha il potere di intervenire e non lo fa perché sa che non risponderà di quei decessi. Oggi si è più consapevoli dei pericoli derivanti dal degrado e dalle contaminazioni del territorio. Questa consapevolezza diffusa impone alla politica un’accresciuta responsabilità e una maggiore attenzione per la salute pubblica. Poniamo il caso della Tamoil. La chiusura della raffineria ha dissolto il pregiudizio sulla tossicità dei fumi dispersi in atmosfera. Si è constatato che la cessazione dell’attività non ha prodotto alcun beneficio sulla qualità dell’aria che era e resta per larga parte dell’anno irrespirabile. Evidentemente le cause sono altre. Da vent’anni si discute della presunta nocività dell’inceneritore dei rifiuti solidi urbani di Cremona. Si contrappongono due scuole di pensiero, all’interno dello stesso fronte ambientalista, che si sono confrontate anche nel dibattito seguito alla recente proiezione in città di un documentario sulla chiusura della raffineria. Medici autorevoli sostengono che sia imputabile anche al termocombustore il triste primato nazionale dei decessi per tumore che si registra a Cremona. Analoghi sospetti sulla pericolosità di questi impianti si manifestano nelle città vicine alla nostra. Si impone un urgente, ancorché tardivo, intervento da parte delle autorità sanitarie locali che sono tenute a fare chiarezza. E’ un atto di rispetto che l’amministrazione comunale deve alla città, anche a costo di trovare conferma dei dubbi espressi dalle migliaia di cremonesi che nel referendum del 1993 votarono contro l’inceneritore.