Lega, non basta l'opposizione per rifarsi una verginità
mer 30 novembre 2011
Mario Monti archivia senza troppi complimenti il federalismo, mito e feticcio della Lega che ne aveva fatto l'architrave della sua politica. Umberto Bossi e i suoi colonnelli avevano fatto credere che la panacea per il Paese fossero il decentramento e una riforma fiscale federalista. Non è così. Un governo formato da tecnici, banchieri e docenti universitari scelti con l'obiettivo di risanare la finanza pubblica e di promuovere la crescita economica non accantona quel progetto per pregiudizio politico. Le riforme leghiste sono una cura peggiore del male: della loro realizzazione si discuterà, forse, in tempi migliori. Tra i molti schiaffi che la Lega ha preso in questi giorni traRomae Cremona, quello più sonoro è la sostituzione del dicastero retto dal Senatùr con un nuovo ministero, quello della Coesione territoriale, che già dal nome non lascia spazio a equivoci e che la dice lunga sulle idee del nuovo premier. Saltato il puntello del federalismo — che non rientra tra le priorità del governo —, traballa il fragile sistema leghista che potrebbe franare sotto la spinta dei contrasti interni. Dell’epica leghista non resta nulla.
È caduto il velo ipocrita del partito della gente dietro il quale larga parte del gruppo dirigente aveva dissimulato la propensione ad occupare posti. Per la prima volta il Carroccio mostra agli italiani di che pasta è fatto con la sua corsa sgangherata alle poltrone. Le spetterebbero le presidenze delle commissioni che per prassi vanno alla minoranza: la vigilanza Rai, le giunte per le elezioni, quella per le autorizzazioni a procedere e il Copasir, lasciato da D'Alema, unico presidente che sinora si è dimesso. Da alleata del Pdl, la Lega ha condizionato la politica del governo non in funzione degli interessi del Paese; ora si prepara a fare incetta di cariche e incarichi sfruttando l'anomalia che la vede da sola all'opposizione in parlamento. Con freddezza e cinismo, Bossi e replicanti hanno tolto il doppiopetto e rimesso la camicia verde. Dicono che il programma dell'esecutivo farà macelleria sociale, come se nella fase terminale del precedente governo la Lega non avesse dato il suo contributo a uno sfascio politico che dura da mezzo secolo e che colpisce soprattutto i più deboli. Il Carroccio è tornato all’opposizione come fece nel '96, illudendosi che il vecchio armamentario fatto di slogan, di anti meridionalismo e razzismo possa restituire i consensi persi nei tre anni trascorsi nella stanza dei bottoni. I leghisti pensano di rifarsi una verginità scaricando colpe comuni sul solo Pdl che responsabilmente, almeno in questa fase, sostiene un esecutivo di unità nazionale che oggi è l'unica, possibile ancora di salvataggio per un Paese alla deriva.
Presto capiremo se la cura Monti è efficace. I mercati si mostrano tiepidi sul cambiamento del governo, lo spread tra Btp e Bund cala molto lentamente e la borsa soffre perché la situazione economica è drammaticamente seria e non basta cambiare timoniere ed equipaggio per raddrizzare una nave vicina al naufragio. Occorrono misure concrete, anche impopolari e forse ingiuste quale il ripristino dell'Ici sulla prima casa, lodevolmente tolta da Silvio Berlusconi. Monti annuncia che pagherà di più chi finora ha pagato meno. Resta il dubbio che chi finora non ha pagato continui a non farlo. Nonostante queste riserve, è doverosa l'apertura di credito al nuovo presidente del Consiglio, motivata dalla gravità del momento. E se l'ex commissario europeo completerà con successo la sua missione impossibile, ancora più residuale risulterà la posizione della Lega, un partito che ha tradito il voto di tanta brava gente per le ambizioni e gli interessi di pochi. Ne abbiamo fulgidi esempi anche a Cremona dove proprio in questi giorni il vertice locale del Carroccio ha preso uno schiaffo dal Tar che ha bocciato il ricorso contro la nomina di Franco Albertoni alla presidenza dell'Aem, presentato da Alessandro Carpani. È una sberla che brucia a un partito che ha fatto della legalità la sua bandiera, prontamente ammainata quando conveniva. In futuro è probabile che Bossi e Berlusconi si alleino di nuovo. Intanto è salutare che le loro strade si siano divise per un tratto che si spera lungo. Ed è auspicabile che lo stesso accada a Cremona dove l’amministrazione comunale ha tutto da guadagnare nel perdere un alleato scomodo e ingordo, di fatto già passato all’opposizione