Il Governo ha costruito una manovra che pesa per 33 miliardi di euro dei 54 complessivi sulle famiglie, bocciata dagli imprenditori, dai sindaci, dai governatori regionali e dai rappresentanti degli enti locali. E che non affronta la sfida della crescita. L’esecutivo è involontariamente riuscito nell’impresa fin qui impossibile di creare un fronte trasversale, compatto e ostile, come testimonia la manifestazione di protesta promossa dall’Anci, che ha visto in prima linea il sindaco di Roma Gianni Alemanno, cofondatore del Pdl. Solo l’Europa, indifferente alle esigenze interne di equità sociale, approva gli interventi predisposti per salvare i conti pubblici, ma invita l’Italia a preparare una nuova manovra che sarà altrettanto gravosa e che si auspica contenga misure strutturali, utili al rilancio dell’economia. C’è poco da sperare e molto da temere, visti gli interventi approvati mercoledì alla Camera, il più sconcertante dei quali è l’aumento dell’Iva al 21 per cento.
L’inasprimento di questa imposta spingerà l’inflazione e congelerà ulteriormente i consumi. Tutto da dimostrare è il maggiore gettito previsto per l’erario. È una misura depressiva che favorirà l’elusione, com’è sempre avvenuto. Chi potrà evitare di pagarla lo farà, sapendo che lo Stato non ha mezzi adeguati per contrastare l’evasione. Oppresso dal bisogno urgente di reperire risorse, il Governo sceglie la strada più facile, benché sbagliata. Simuove con sconcertante faciloneria, senza dare il necessario preavviso, mettendo in seria difficoltà moltissimi commercianti che non sapevano di dovere modificare i misuratori fiscali. E c’è chi osserva come solo in un Paese incivile come l’Italia si danno 24 ore di tempo per adeguarsi a un cambio che comporta adempimenti tecnici su sistemi informatici, registratori di cassa, prezzi esposti. Se le grandi aziende soffrono nel confronto internazionale perché soffocate dal giogo della burocrazia, dai costi eccessivi e dal ritardo infrastrutturale, le microimprese sono ormai al tracollo. Il cumulo di Irpef, Irap, contributi Inps, addizionale comunale e regionale porta a una tassazione superiore al 54 per cento che non ha riscontri in Paesi simili al nostro. L’aumento dell’Iva e l’intera manovra confermano come sia più semplice spremere il Paese anziché privatizzare e tagliare la spesa improduttiva per recuperare fino a 50 miliardi di euro in tre anni, come risulta da uno studio presentato ieri da Confesercenti. Sono risorse da mettere sul tavolo al posto di nuove tasse, a disposizione non solo del debito, ma anche dello sviluppo. Parliamo di riduzione del numero dei parlamentari, dell’eliminazione delle consulenze pubbliche, dell’abolizione di tutte le Province.
Nel Paese sale il malcontento, che genera l’anti politica, per un Governo che mantiene intatti i privilegi dei singoli e delle corporazioni. È vero, chi è al vertice deve dare il buon esempio e non lo fa, ma l’attenzione e il giudizio critico non sono rivolti solo al potere centrale. I rappresentanti delle Regioni e degli enti locali protestano anche per distrarre l’attenzione da sè. Quanti di loro tagliano le spese superflue? Facciamo un esempio. A Crema il centrodestra è dilaniato da una lotta sulle società partecipate che vede il Pdl arroccato nella difesa dello status quo e la Lega che promuove un’iniziativa per riformare questa pletora di società, di fatto controllate dai partiti che indicano i nomi dei consiglieri d’amministrazione pur non avendone facoltà. I cda sono appannaggio del sottobosco (talvolta non solo) della politica. Vi figurano personaggi con doppi, tripli, quadrupli incarichi. Controllori che controllano se stessi, professionisti che affidano consulenze ai loro studi o a prestanome: non si contano i casi di conflitto di interesse, evidenziati dalle nostre inchieste giornalistiche. Finora queste grida sono rimbalzate sul muro di gomma alzato da coloro che hanno interesse a mantenere intatti i privilegi. Ma non si sono perse nel deserto: ogni giorno si aggiunge qualcuno al drappello di cittadini non più disposti a chinare la testa. A Cremona è partita la battaglia nel Pdl sui doppi incarichi. A Crema ci si chiede se sia giusto che società municipalizzate operino sul mercato come imprese immobiliare private. Destra e sinistra, sempre divise, non stentano a trovare accordi quando si tratta di spartire le poltrone, che, lo ripetiamo, non compete ai partiti assegnare. Finalmente i sindaci dei Comuni proprietari della società si ribellano. Non vengono coinvolti e protestano. La mozione del consiglio comunale di Crema che ha sfiduciato il cda di Scs servizi locali con richiesta di azzeramento dello stesso è sintomo di un cambiamento. Angelo Barbati, segretario del Carroccio, vuole che i sindaci si riapproprino delle loro società. Vuole che i rappresentanti siano nominati sulle base delle competenze, non delle conoscenze personali. Vuole sfoltire la galassia delle partecipate, eliminando cda costosi e inutili. È un esempio di come le spese si possano tagliare, non solo aRoma e al Sud,maanche in regioni virtuose come la Lombardia e in città come Cremona e Crema. Occorre la volontà di farlo, sapendo che si incontrano resistenze. È una questione morale e in quest’ottica va affrontato il sistema della moltiplicazione degli incarichi che garantisce laute prebende a politici che si permettono il lusso di lasciare il lavoro, ammesso che l’abbiano mai avuto. Oggi sono i sindaci, domani saranno tutti i cittadini a ribellarsi alla lottizzazione dei posti nelle aziende controllate dagli enti pubblici. L’ha detto il vice sindaco di Crema Massimo Piazzi: le municipalizzate sono un valore per il territorio, non una torta da dividere. E devono generare risorse, non rendite parassitarie.