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Centrodestra a Cremona e a Crema, stessa parabola


E’un caso che le coalizioni di centrodestra di Crema e di Cremona abbiano toccato il fondo contemporaneamente, la scorsa settimana. Non è un caso che le due amministrazioni stiano percorrendo la medesima parabola per gli errori e le debolezze dei due sindaci. Ai blocchi di partenza entrambe le maggioranze si erano presentate blindate, solide nei numeri e nei programmi. In poco tempo si sono manifestati segnali di crisi. Ma c’è una differenza sostanziale tra le due amministrazioni. La giunta cremasca, ormai al capolinea, malconcia e incerottata, potrebbe tirare a campare fino alle elezioni della prossima primavera, schivando le trappole, anche se la Lega, avvantaggiata nei sondaggi sul Pdl, spinge per le elezioni anticipate. La giunta cremonese non è ancora a metà del mandato e non può tirare i remi in barca. Dalla nave che fa acqua non sono scesi i rappresentanti di una lista civica qualsiasi ma la Lega, minoranza qualificata e forte di diecimila voti di un’alleanza che rischia il fallimento.

E se anche a Cremona si dovesse andare alle urne prima della scadenza naturale, il centrodestra sarà condannato all’opposizione a oltranza.ACrema il Carroccio si è sganciato da una coalizione nella quale era emarginato e dalla quale si era ripetutamente dissociato su progetti importanti. Ne elenchiamo alcuni: il riutilizzo del Centro per l’incremento ippico, la fantomatica caserma dei vigili del fuoco, il pasticcio del calciotto, la richiesta di dimissioni del consiglio d’amministrazione di Scs Servizi Locali. A Cremona la rottura tra la Lega e la maggioranza è maturata rapidamente, complice l’instabilità e l’inaffidabilità di un partito che passa da un’epurazione all’altra e che ha scaricato sul sindaco le sue difficoltà interne. Quattro dei sei consiglieri del Carroccio sono passati al gruppo misto; di tre assessori in quota ai lumbard ne sono rimasti due. Ieri si è consumato lo strappo definitivo tra Perri e la Lega che non riconosce più come suoi assessori Jane Alquati e Claudio Demicheli e che pertanto chiede l’inserimento in giunta di persone di provata fede leghista. Una richiesta irricevibile che frantuma l’alleanza con il Pdl. Perri non deve rinunciare a Demicheli e Alquati e se allargasse la giunta verrebbe meno a un ordine del giorno dell’opposizione, approvato anche da pezzi della maggioranza, che lo impegna a ridurre il numero degli assessori. Forse il sindaco avrebbe potuto salvare il rapporto con la Lega se avesse evitato un inutile braccio di ferro con il commissario Raffaele Volpi che aveva intimato ai suoi tre rappresentanti in giunta di disertare le riunioni del consiglio. Sarebbe stato più saggio rinunciare allo scontro, lasciando agli assessori leghisti la facoltà di non presentarsi in consiglio.

Così facendo, avrebbe disinnescato una mina che è esplosa sotto i piedi di due di loro perché il terzo, Alessandro Zagni, ha pensato bene di dimettersi, anteponendo al rapporto col sindaco quello con la Lega che gli garantisce la comoda e lucrosa poltrona di revisore dei conti nei consigli dell’Aler e della Brebemi. E gli lascia aperta la possibilità di nuovi incarichi politici. Invece i suoi ex colleghi leghisti in giunta attendono l’espulsione da un partito dal quale è meglio stare lontani, visto che processa un sindaco come Flavio Tosi, amatissimo dai veronesi, perché ha osato protestare contro i tagli agli enti locali imposti dalla manovra economica. Perri ha l’obbligo morale di proteggere chi gli è stato fedele, come non ha fatto con il presidente di Lgh Andrea Pasquali al quale ha incomprensibilmente chiesto di dimettersi dopo averlo difeso dagli attacchi di parte della maggioranza e dell’opposizione per il contratto di consulenza stipulato con una consociata della multiutility.

E come finora non ha fatto con Domenico Maschi, vittima di un ‘golpe’ forzista che lo ha costretto a lasciare la presidenza del consiglio comunale: sua unica colpa era ed è quella di essere troppo vicino al sindaco. Hanno colpito lui per indebolire Perri che ora non può dimenticare quell’attacco, come se non lo riguardasse. Nonvince la guerra un generale che non difende i suoi soldati. In soli due anni il sindaco di Cremona si ritrova con troppi fronti aperti: con gli ex forzisti del Pdl, con la Lega, con un vicesindaco che gli crea solo problemi, con l’Udc che gli ha tolto l’appoggio esterno dopo lo smacco sulla strada sud e sulla bocciatura dell’ordine del giorno sui compensi nelle aziende partecipate. Anche il gruppo misto scalpita e prepara il conto, sapendo che i suoi voti possono essere determinanti. Se inComuneil sindaco cammina sui carboni ardenti, per le strade è sparita la folla plaudente. Quanto meno maldestro è il modo in cui Perri ha gestito la vicenda dei matrimoni finti e la crociata contro le biciclette in corso Matteotti. Un sindaco deve avere il coraggio di imporsi su questioni di largo interesse come la viabilità. Avrebbe potuto intervenire d’imperio, togliendo quegli inutili posti auto davanti alla banca perché passassero le bici. Invece prende tempo e non decide. Ci si gioca la popolarità su questioni spicciole. Renzo Zaffanella, dal quale Perri ha tutto da imparare, nel 1988 vinse la battaglia contro i piccioni senza lasciarsi intimidire dai verdi e dalle associazioni ambientaliste e allargò enormemente il suo consenso. Il sindaco ricordi sempre che Corada ha perso le elezioni non sul futuro della Tamoilma sul caos del traffico in via Dante e in viale Trento e Trieste.

 
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