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Luciano Ligabue

Successo annunciato per Ligabue al Ponchielli


di Riccardo Maruti
«Per la cronaca: il mio nome è Luciano Riccardo Ligabue, sono nato il 13 marzo 2006, ma siccome non mi piace fare la figura dell’enfant prodige fingo di avere 50 anni; sono alto 1 e 94, ma dico di essere solo 1 e 74; sono biondo platino anche se mi tingo i capelli di scuro. E, soprattutto, non sono stato partorito in una capanna»: si scherza addosso il Liga, ironizza su una venerazione che rischia di trasformarsi in divismo.


Ha appena finito di suonare — in solitudine, di fronte ad un Ponchielli naturalmente stracolmo — Non è tempo per noi, uno dei suoi brani più noti. E il teatro cremonese è già scosso da un unico, agitato sussulto. L’incontro del rocker di Correggio con il pubblico cremonese, in realtà, era già cominciato nel pomeriggio, quando un manipolo di ragazze lo aveva bloccato all’ingresso del Ponchielli per supplicare (con successo) un autografo e una foto ricordo. Solo l’antefatto di una devozione rumorosa e concitata che, ieri sera, si è dispiegata a suon di applausi, cori, motti e gridolini per tutte le due ore del concerto. Il buio fitto della sala è punteggiato dalle luci digitali degli iPhone che fanno capolino in platea. Sui primi accordi della chitarra, il sipario si spalanca: Ligabue emerge al centro della scena, seduto su quel divano color crema, baciato da una calda luce gialla, su cui resterà incollato per l’intera esibizione. Indossa una camicia a scacchi, quasi un reperto della memoria seattliana dell’era grunge: ovviamente le attinenze col mal de vivre di Cobain o Staley sono praticamente nulle.


Perché le parole cantate da Ligabue germogliano tra le inspiegabili crepe dell’esistenza quotidiana. Dopo il primo tripudio, sul palco si affacciano il tastierista Luciano Luisi e il chitarrista e mandolinista Mel Previte, che tracciano in punta di dita l’attacco di Atto di fede. Dopo la versione dai risvolti cupi di Ho messo via, la line-up si completa con l’ingresso del batterista Michael Urbano e del bassista Kaveh Rastegar. Le canzoni sembrano trasparenti, spogliate come sono dell’impermeabile veste elettrica e rivestite soltanto di un velo di nostalgia e di una grazia vaporosa. L’esecuzione quasi interamente acustica, dal colore latteo e dall’atmosfera aerea, si scioglie in arrangiamenti votati alla semplicità eppure inondati obliquamente da una luce emotiva fragile e mutevole. Il rock diventa, così, materia implicita da plasmare in una selva di ballate acustiche: La linea sottile e Quando canterai la tua canzone virano verso colori seppiati; Il campo delle lucciole, Sulla mia strada e Walter il mago sono capriole in un passato intriso di indomita malinconia. Il sincopato slittamento ritmico ed il sound lieve e rarefatto portano inevitabilmente in primo piano la voce del Liga, che crepita e scricchiola, raschia e ferisce. Luciano fluttua sul divano, muove a tempo la punta dei suoi stivali, senza concedere molto alla gestualità: si sfiora la fronte e solleva gli occhi al cielo quando canta il nome di Dio. Poche note di contrabbasso ed una linea disadorna di tastiera abbozzano la prima metà di Certe notti, canzone che dipinge con straodinaria forza poetica la periferia dell’anima. Sul riff inconfondibile di Tra palco e realtà il pubblico scatta in piedi. E il Ponchielli scopre di essere contenuto e non semplice contenitore. Fra brani della produzione «più nascosta» come Ti sento e Il centro del mondo e hit calligrafiche come Balliamo sul mondo e Urlando contro il cielo, il live sfuma sullo shuffle scanzonato di Tacabanda, quando il Liga si alza finalmente in piedi per stringere la mani ai fans raccolti sotto il palco.
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