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Gianluca Grignani con la sua band sul palco del Ponchielli

Entusiasmo per il rock romantico di Gianluca Grignani al Ponchielli


di Riccardo Maruti
Il paradigma è declinato alla perfezione: dati per scontati il ‘romanticismo’ e il ‘rock’, la vera sorpresa è lo ‘show’. Frantumato in una miriade di di proiettili di luce e in un bombardamento di loop disgregati sparati ai quattro angoli del teatro.


Il palco del Ponchielli è stato per Gianluca Grignani il banco di prova per il nuovo tour — versione ‘duepuntozero’ del Romantico Rock Show —, inaugurato di fronte a una folla rumorosa ed eccitata. Ci ha messo un po’ il cantautore milanese a trovare il feeling con un debutto che, inevitabilmente, coincide con un collaudo: ha litigato con i cavi e battibeccato con i monitor. Ma ha saputo progressivamente sciogliersi per fare definitivamente suo un Ponchielli raramente così caloroso. Grignani mette immediatamente in chiaro regole e intenzioni: il sipario è spalancato e svela la schiera di amplificatori e l’imponente sistema di luci che ingombrano la scena. L’introduzione è una stratificazione di suoni registrati che girovaga per la platea rimbalzando da una parete all’altra.


Mentre la band imbraccia gli strumenti, Gianluca appare improvvisamente dal fondo del palco per attaccare Più famoso di Gesù con una Fender Jaguar sunburst. Tra le poltrone del Ponchielli fanno capolino tre ballerine — presenza costante (accessoria, seppur gradevole) per buona parte del concerto — che si muovono tra il pubblico infilate in costumi neri che tolgono il respiro (a loro e al pubblico maschile). Grignani mette in fila Un anno come un’ora, Il più fragile, Sei sempre stata mia. Gli arrangiamenti, secchi e precisi, si fanno spazio tra brillanti ballate elettriche e pulsioni di irruenza giovanile.
Un concentrato di nervi tesi e divagazioni crepuscolari scomposto in una serie racconti dal sapore introverso, dalla grafia compositiva elegante e dai molteplici colori sonori (bravissimo, su tutti, il chitarrista cremonese Mattia Tedesco ad accendere toni e a sfumare accenti).


L’intonazione di Grignani è tutt’altro che ineccepibile, ma è proprio per la sua voce fragile ed emotiva che il pubblico si strugge e si entusiasma. La canzone che dà il titolo al tour fa buttare le braccia al cielo con un ritornello cantato a perdifiato; l’intro floydiano di Sei unica è un precipitato di tutta la poetica di Grignani; Destinazione Paradiso e Falco a metà sono splendidi movimenti a ritroso nel tempo. La cavalcata tra brani di ieri (Una donna così, La mia storia tra le dita, La fabbrica di plastica...) e di oggi (Le-ro-la, Più veloce del suono...) si fa tripudio: «Voglio vedere il teatro venire giù!». Applausi e grida sono una grandinata di affetto smisurato.
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