Mezza Italia fu conquistata da Giuseppe Garibaldi e i suoi Mille. Non fu tutto ‘rose e fiori’, sia chiaro, ma lo slancio ideale di questi ragazzi, tantissimi cremonesi e lombardi, e il loro sacrificio li iscrive, (un po’ di retorica non guasta), tra i padri della patria. Il meridione era tenuto in uno stato di semifeudalità dai Borboni, una dinastia per niente illuminata, che come obiettivo aveva tenere il popolo nell’ignoranza e nella fame, ricattabile da chiunque gli garantisse un po’ di farina.
Un paese sfatto, e l’impresa dei Mille lo dimostrò. È il maggio del 1860, i due battelli hanno appena preso il largo dalle coste liguri, sui ponti e le tolde tanti giovani e meno giovani, sono in mille. Tra le decine di dialetti si sente anche: ‘fiia’ ‘ndoom’,‘ma lasa lè’. A portare un po’ di Torrazzo nell’impresa dei Mille sono una trentina di cremonesi, che combatteranno a fianco di Giuseppe Garibaldi, coprendosi di gloria a Marsala, a Palermo a Calatafimi. Qui Carlo Valcarenghi, di Tornata, studente di medicina, morì in seguito alle gravi ferite riportate in combattimento. Il contributo di sangue dei cremonesi per l’Unità d’Italia non fu da poco, nelle varie battaglie furono feriti Antonio Balboni, di Cremona, Giovanni Pasini di Scandolara Ravara, Carlo Coelli di Castelleone, Carlo Guida di Soresina, Angelo Gramignola di Robecco. Tutti giovani ardenti patrioti. Con loro era partito anche il medico Pietro Ripari, di Solarolo Rainerio. Oltre al contributo di uomini la città aveva raccolto a favore dei Mille una cifra che per il valore dell’epoca si aggirava quasi sui 300 milioni di lire. Dalla spedizione dei Mille inizia così un rapporto di affetto e considerazione tra Cremona e Garibaldi che porterà il consiglio comunale a conferire all’Eroe dei due Mondi la cittadinanza. «Io vado superbo di potermi dire Cittadino Cremonese...» scriveva al consiglio municipale.
Amico fedele di Garibaldi era il marchese Gaspare Trecchi, che spesso entrò come paciere tra l’Eroe e la corte sabauda, e fu proprio il nobile a portare Garibaldi a Cremona. La prima visita avvenne nell’aprile del 1862. Il Generale entrò da Porta Venezia tra due ali di folla plaudente e i reparti dell’esercito schierati in alta uniforme. Garibaldi rimase in città dal 5 all’8 aprile, ospite del marchese Trecchi nel palazzo di fronte a Sant’Agata. Furono giorni di festa e di giubilo, ovunque Garibaldi andasse veniva osannato dalla gente (il sentimento italiano era molto più sviluppato al Nord, al Sud, ancora fino agli inizi del XX secolo, Garibaldi era considerato da molti un pericoloso brigante che uccideva preti e saccheggiava conventi). Una seconda visita l’Eroe dei due Mondi la fece il 20 aprile del 1867. Il legame con Cremona si mantenne saldo, tanto che il Comune, con il sindaco Pietro Vacchelli in testa, deliberò un assegno vitalizio di mille lire all’anno a un Garibaldi ormai vecchio, malato e poverissimo che sdegnosamente viveva a Caprera: il generale aveva rifiutato i soldi del governo italiano ma accettava quelli del Comune di Cremona. «Miei cari amici, accetto con gratitudine l’annuo vitalizio di lire mille e le mille anticipate...che generosamente codesto Municipio ha voluto assegnarmi. Per la vita vostro Giuseppe Garibaldi».