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Ugo da Persico, misterioso poeta medievale cremonese


di Fulvio Stumpo
Ai poeti cremonesi più famosi, se non altro per avere inciso sulla formazione della lingua italiana, Gerardo Patecchio e Uguccione da Lodi, bisogna aggiungere un altro (ipotetico) verseggiatore cremonese, Ugo da Persico, nobile famiglia che appunto diede il nome al paese. Ugo da Perso è lo stesso che compare nei documenti medievali cremonesi, qualche dubbio c’è, ma sembra di sì. Sta di fatto che il terzo poeta del volgare cremonese è ancora più misterioso degli altri due. L’unica certezza è che apparteneva alla nobile famiglia dei ‘Da Persico’, solidamente attestata in provincia fin dall’alto Medioevo.

Ugo è conosciuto per le sue rime di risposta alle ‘Noie’ di Patecchio (i due evidentemente non si amavano), opera scritta in volgare cremonese, che attesta la sua appartenenza alla koinè padana. Nelle ultime strofe delle ‘Noie’ Girardo diceva a Ugo del suo componimento sui mali della vita quotidiana e lo invitava a riflettere. Ugo gli rispondeva che lui prendeva la vita in modo più scanzonato, e che dunque delle noie non gli importava molto. ‘Le risposte per le rime’ del Da Persico sono contenute anche esse nel codice Sacchelli, spesso sono parallele ai versi de le Noie di Patecchio e si confondono, tant’è che Salimbene da Parma nella sua ‘Cronaca’ spesso cita Ugoal posto di Patecchio. Salimbene sostiene che «Per opera dei popolani e dei contadini il mondo si distrugge, mentre si conserva per opera dei nobili e dei cavalieri» e per avvalorare questa sua tesi cita Patecchio, attribuendogli una frase che invece scrive Ugo da Persico. Ugo sarebbe dunque uno scrittore ‘conservatore’, se le notizie storiche non ingannano era il rampollo di una delle famiglia più antiche e in vista della città. Negli antichi documenti medievali cremonesi compare un Ugo da Perso, ambasciatore del Comune di Cremona presso la corte imperiale a Ratisbona di Federico II. Il poeta (se di lui si tratta) compare tra «Henrico de Surdo e Redulfo de Iohannisbonibus » come «Ugoni de Persico ambaxatoribus communis Cremone». Ugo era andato a Ratisbona per avere conferma da Federico II dei privilegi che suo padre, Enrico VI e suo nonno, il Barbarossa, aveva concesso a Cremona, la signoria sull’Insula Fulcheria, sull’accampamento di Crema e sulle città vicine. Ugone ottiene la riconferma. Missione compiuta dunque, ma è l’unica volta in cui Ugo da Persico fa la sua comparsa nella storia. Sono decine infatti le citazioni della sua famiglia, solo nel Codice Diplomatico Cremonese i riferimenti ai da Persico sono una trentina. Il casato è attestato in città fin dal 1017, Nozo e Befanio da Castro Persico risultano tra i vassalli del vescovato, in antichi documenti risultano signori delle terre di Pieve Terzagni, ma hanno terre a Sabbioneta, a Persico Dosimo, a cui danno il nome, e nel 1308 assumono il titolo di conti. Il casato, guelfo, dà a Cremona podestà, consoli, ambasciatori, gonfalonieri, soldati e capitani del popolo, ed...esuli. Quando l’imperatore Enrico VII entra a Cremona i Persico infatti sono tra le famiglie bandite dalla città.


La curiosità
I lavori dei tre autori, Gerardo Patecchio, Uguccione da Lodi, e Ugo da Persico rappresentano i primi documenti conosciuti in dialetto cremonese (Uguccione da Lodi, nonostante il cognome era cremonese, discendente della famiglia da Lodi). «Nella lingua dell’autore (Patecchio ndr)...non è sempre agevole distinguere fra dati obbiettivi e sovrapposizioni della copia in senso veneto — scrive Gianfranco Contini — Il più importante è la caduta di -e, -i, -o (tipi: lod, dorm, anz, dit, dig) l’apocope ca’, le’» . Stesso discorso vale per Uguccione e Ugo da Persico, le tre opere sono state identificate come area lombarda proprio in virtù della lingua simile utilizzata dai poeti. Opere conosciute, probabilmente, anche da Dante Alighieri, che nel suo De Vulgari Eloquentia cita il dialetto cremonese forse proprio in virtù delle opere di Gherardo, Uguccione e Ugo da Persico.