Sette secoli fa la frazione di Gazzo, nel Comune di Pieve San Giacomo, fu rasa al suolo da quattrocento lancieri senza pietà, che irruppero tra le strade del piccolo villaggio nei pressi della via Postumia, lo devastarono, saccheggiarono le case e uccisero barbaramente la metà dei suoi abitanti. Il mandante dello spaventoso raid omicida fu Cabrino Fondulo, un rude e sanguinario nobile originario di Soncino, vissuto tra il 1369 e il 1425, signore di Cremona, famoso per la sua crudeltà. L’episodio di violenza è stato oggetto degli studi di Dante Fazzi, ex sindaco di Pieve San Giacomo e storico locale, autore di un volume sulla storia del paese. Nel libro vengono ripercorsi i contrasti tra Fondulo e la nobile famiglia deiCavalcabò (originari di Viadana) signori di Cremona proprio all’inizio del 1400. Nella notte tra il 16 e il 17 dicembre del 1406, nel castello di Maccastorna, si consumò un tremendo attentato teso dai sicari del Fondulo ai danni di alcuni componenti della famiglia Cavalcabò, che vennero brutalmente uccisi dopo un lauto banchetto offerto proprio da Fondulo per la riappacificazione.
Tre anni prima le truppe mercenarie del Fondulo avevano sconfitto il piccolo esercito comandato da Ugolino Cavalcabò nella roccaforte di Isola Dovarese, e da allora il marchese si rifugiò proprio a Gazzo, dove trovò sostegno e seguaci. Successivamente, per vendicare l’eccidio di Maccastorna, i fedeli diUgolino, capeggiati da Lorenzo e Roberto Guazzoni, misero in atto un raid notturno fin sotto le porte di Cremona, dove assalirono e uccisero alcuni soldati di Cabrino Fondulo. In seguito all’episodio Fondulo sguinzagliò i suoi ufficiali alla ricerca dei responsabili dell’attentato. Scoprì che i cospiratori si nascondevano a Gazzo, così nel luglio del 1407 inviò quattrocento lancieri nella piccola frazione. L’attacco fu violentissimo, tra devastazione, saccheggi e omicidi efferati. Morirono moltissimi abitanti, si salvarono solo coloro che riuscirono a fuggire dal villaggio sotto assedio passando attraverso un cunicolo sotterraneo che dal castello di Gazzo portava, passando sotto l’attuale linea ferroviaria che collega le città di Cremona e Mantova, alla frazione di Gazzolo, e da qui si dispersero nei campi circostanti, riuscendo a far perdere le loro tracce ai soldati che li stavano braccando. Il bilancio dell’episodio però fu pesantissimo e, come riferito da Fazzi, per parecchio tempo sembrò persino decretare la fine del villaggio. Ma l’attaccamento alla propria terra dei superstiti portò, negli anni successivi, alla ricostruzione della frazione.
Secondo lo storico locale Dante Fazzi il toponimo Gazzo dovrebbe essere di derivazione longobarda, anche se nel suo volume sulla storia del paese, pur non condividendola, lo studioso riporta anche un’ipotesi alternativa formulata da alcuni studiosi che hanno indagato la storia di Gazzo prima di lui. In passato, infatti, c’è stato chi ha sostenuto che la piccola frazione potrebbe aver preso il nome dalla ricca e nobile famiglia Gaza oGadia, che nel Quindicesimo secolo era proprietaria della rocca di Gazzo. «Noi riteniamo il contrario — scrive Fazzi —, questa famiglia, della quale non abbiamo trovato notizie riguardanti le origini e l’albero genealogico, potrebbe essere stata la reggente della rocca per il lungo periodo che ha seguito la distruzione ad opera degli uomini del Fondulo. Imeriti acquisiti nella ricostruzione di Gazzo potrebbero averle fatto guadagnare un titolo di riconoscenza nobiliare che prima non possedeva. Con l’andar del tempo il nome del paese potrebbe aver sostituito il cognome della famiglia, e non il contrario come sostengono alcuni studiosi».
Simone Biazzi ©RIPRODUZIONE RISERVATA