di Aurelio Guarneri
La cerealicoltura nel Cinque e Seicento appare come la principale e più diffusa esperienza colturale. Anche se bisogna subito precisare, che in particolar modo nel Seicento la crescente diffusione del prato ha sottratto spazio nella pianura lombardo-emiliana alla coltivazione dei cereali.
Si stava verificando un radicale cambiamento nel sistemaagrario, nel quale una regolare rotazione con foraggere metteva praticamente fine all’antico sistema del maggese e nello stesso tempo permetteva di integrare le tecniche dell’allevamento del bestiame con quelle dell’agricoltura.
Resta, comunque fuori dubbio che la coltivazione più diffusa era quella del frumento sia per la rilevante richiesta quasi sempre costante e sia per la convenienza economica per gli agricoltori. Vi erano, poi, numerosi altri cereali, cosiddetti minori, quali la segale, il miglio, il panico, il farro, tutti destinati, quasi esclusivamente all’alimentazione umana, la cui coltivazione aumentava quando i prezzi del frumento erano in forte ascesa.
Per la terra cremonese si registra un netto declino della coltivazione del frumento tra il terzo ed il sesto decennio del Seicento, dovuto alle carestie, alla peste ed alle guerre che hanno provocato devastazioni, morte ed emigrazione dei contadini verso altri stati. Nella maggior parte dei casi il frumento veniva seminato da ottobre a novembre e solo raramente in marzo, anche perché in questo secondo caso si otteneva un prodotto inferiore in termini quantitativi e qualitativi. In certi periodi veniva coltivata la ‘formentada’ che consisteva in due parti di frumento e una parte di segale. Ma, veniamo ora ad esaminare in qualche azienda la quantità di terreno che veniva destinato alla coltivazione del frumento.
Nella possessione Valcarengo (Cremona) dal 1573 al 1628, vengono destinate alla coltivazione del frumento 234 pertiche. Interessante ed abbastanza costante la situazione nella possessione Baldracco (Cremona) dove su un perticato complessivo di circa 1150/1250 pertiche più della metà è a frumento. Nella possessione Gambina (Pescarolo) è più difficile verificare i dati in quanto vi è una notevole variazione nel perticato a causa di vendite e permute di numerosi appezzamenti di terreno che modificano continuamente il perticato fino al 1639, data in cui l’intera possessione viene permutata con altra in località Corte de’ Frati.
SEGALE. Un’importanza particolare aveva la coltivazione della segale. Altro particolare da tenere presente è che la segale veniva coltivata in maggior quantità dopo la crisi del 1630, in quanto, come già in precedenza precisato, dopo quella data vi fu una drastica riduzione demografica, scarsità di risorse economiche e crollo della domanda di cereali, in particolare di frumento. Vediamo la situazione nelle varie possessioni. Nella possessione Valcarengo è sempre presente con circa 70/80 pertiche fin tanto che la possessione ha un’estensione complessiva di circa 460 pertiche circa dal 1582 al 1628. Nella possessione Baldracco esaminata dal 1548 al 1694 la coltivazione della segale appare per la prima volta nel 1628 con 37 pertiche, raggiunge 104 pertiche nel 1637 e poi si stabilizza sulle 30 pertiche circa fino al 1694. Nella possessione Gambina la coltivazione della segale è sempre presente dal 1573 al 1636 con circa 100 pertiche. Nella possessione Livelli la coltivazione passa dalle 15 pertiche del 1628, alle 27 pertiche del 1658 ed alle 94 pertiche del 1675. Alla Rocca analizzata dal 1568 al 1674 la coltivazione della segale compare solamente nel 1568 con 8 pertiche, che sono le stesse 8 pertiche di ‘aratorio asciutto’ dichiarato appunto in quell’anno nella consegna della possessione.
MIGLIO. Per quanto riguarda il miglio questo cereale veniva seminato in giugno, dopo la mietitura del frumento e veniva raccolto a fine settembre, quindi nel momento della consegna e riconsegna della possessione che avveniva solitamente a novembre (S.Martino) nella descrizione delle colture non poteva essere indicato. Comunque, va segnalato il fatto che la coltivazione del miglio è più diffusa nella zona casalasca.
RISO. Pur essendo ricco di acqua per l’irrigazione, il territorio cremonese non disponeva di numerose risaie, ma in alcune possessioni, specialmente dell’Alto Cremonese, una parte del perticato veniva riservato alla coltura del riso. Infatti, nella possessione Baldracco analizzarla dal 1548 al 1694 appare unicamente nel 1694 l’indicazione di 45 pertiche a risaia.Nella possessione Rocca analizzata dal 1568 al 1674 appare la coltivazione del riso nel 1657 con 86 pertiche e nel 1664 con 52 pertiche. Nella possessione Olzano analizzata dal 1590 al 1664 vengono indicate nel 1656 30 pertiche coltivate a riso. Anche per la coltivazione del riso, vale quanto affermato per la coltivazione del miglio, ossia poiché il raccolto avveniva in estate, almomento della riconsegna della possessione non appariva nessuna indicazione (veniva indicato semplicemente ‘vuoto in stoppie’) tranne quei terreni che venivano destinati stabilmente a risaia.
CECI. Altra coltivazione di un certo rilievo per l’alimentazione erano i ceci. Infatti, ne troviamo 5 pertiche nel 1577 nella possessione Casarano; pertiche 9 nel 1654 nella possessione Ca’ del Pozzo di sole 222 pertiche complessive; pertiche 2 nel 1606 nella possessione S. Sillo.Nella possessione Gambina vengono coltivate 16 pertiche nel 1627 e 18 pertiche nel 1636. Ogni anno in ogni azienda venivano riservate piccole porzioni di terra per la coltivazione dei ceci, che molte volte venivano pure coltivati unitamente alle lenticchie.
LENTICCHIE. Avevano una coltivazione marginale, pari a quella delle fave, pure abbastanza presenti in diverse aziende.
RAVIZZONE. Altra coltivazione abbastanza marginale era costituita dal ‘ravizzone’ che veniva usato per l’alimentazione del bestiame. Ne troviamo piccoli appezzamenti in quasi tutte le aziende, ma in particolare ne vengono evidenziate 9 pertiche nel 1664 e 6 pertiche nel 1699 nella possessione di Campagna Cella. Inoltre ne compaiono 38 pertiche nel 1662 nella possessione Valcarengo.
LINO. Altra coltivazione molto diffusa in quasi tutte le possessioni era quella del lino. Ve ne erano di due tipi, quello che veniva coltivato nell’alto Cremonese e nel circondario della Città che preferiva terreni sciolti ed irrigui. Veniva seminato quasi sempre in rottura di prato (codega), nella prima metà del mese di novembre dopo un’aratura leggera che interessava la superficie del terreno più fertile. Molte volte veniva seminato in marzo su un terreno arato sempre nel mese di novembre, per fare in modo che i geli ed i disgeli invernali maturassero bene il terreno rendendolo più sciolto. Vi era poi un’altra qualità di lino che veniva seminata nel Casalasco che preferiva terreni forti e con poca o scarsissima possibilità di irrigazione. Entrambi i tipi di lino venivano a maturazione nel mese di giugno (verso lametà). Anche per il lino, come già segnalato per altre coltivazioni, è stato estremamente difficile individuare il perticato destinato alla sua coltivazione, in quanto nei verbali di consegna e riconsegna che venivano redatti a S.Martino non veniva mai indicata la coltivazione del lino, in quanto raccolto nel mese di giugno precedente. Un’indicazione utilissima veniva fornita dal perticato destinato alla coltura del frumento, che molte volte veniva descritto ‘fermento de miaro de linaro’, ossia frumento che veniva seminato su terreni su cui vi era stato coltivato ilmiglio (da giugno a fine settembre) e prima ancora veniva coltivato il lino (da novembre o da marzo fino a metà giugno). In quasi tutte le aziende o per lo meno nelle più grandi esisteva, all’esterno della cascina, la cosiddetta ‘moia’ che era una grande vasca che serviva per macerare il lino. Vediamo nel dettaglio quale spazio aveva la coltivazione del Uno nelle diverse possessioni. In diverse aziende oltre alla coltivazione diretta del lino, veniva destinata una parte del perticato, la cosiddetta ‘codega’ ad affitto a privati per coltivarvi appunto il lino, ricavandone, il proprietario, un affitto elevato. Interessante è ad esempio il caso descritto in un atto del 22/3/1657 in cui in un appezzamento di terreno in località Ossolaro di circa 130 pertiche, il padrone ne riservava 36 pertiche per il suo massaro ed il resto lo affittava, seminate a lino, a ben sette fittavoli al prezzo di lire 38.10 la pertica, con pagamenti a Natale e a Pasqua.
CEREALI MINORI.Tra i cereali minori coltivati troviamo il farro, l’avena, il panico, la melica rossa e la veccia. Per quanto riguarda la coltivazione del farro sono da segnalare piccoli appezzamenti in quasi tutte le aziende considerate, sia del Casalasco che dell’Alto Cremonese. Infatti sono segnalate 4 pertiche nel 1567 nella possessione di Castagnino Secco (ora Castelverde); pertiche 3 nel 1588 nella possessione Cavo; pertiche 8 nella possessione Castellina (zona San Bassano), pertiche 10 nel 1567 nella possessione di Casaletto di Sotto. Per quanto riguarda l’avena non esistono dati significativi se non qualche sporadico appezzamento di ridotte dimensioni. Infatti son evidenziate 20 pertiche nel 1656 nella possessione Cansero (Casalasco) e null’altro. In alcuni casi, abbastanza rari per la verità, veniva evidenziato il perticato cumulativamente seminato a segale-avena senza distinguere le due coltivazioni. Per quanto riguarda la coltivazione del panico non vi sono dati significativi se non alcune indicazioni saltuarie, come ad esempio nella possessione Baldracco in cui nel 1685 vengono segnalate 10 pertiche. Altro cereale minore è rappresentato dalla melica. La melica rossa si seminava in terreni asciutti nel mese di aprile e si raccoglieva a settembre (da non confondere con la saggina destinata alla fabbricazione delle scope). La melica la troviamo in diverse possessioni: 3 pertiche nel 1596 nella possessione Rocca; pertiche 35 nel 1599 nella possessione di Olzano; pertiche 8 nel 1664 nella possessione di Campagna Cella e sempre nella stessa possessione pertiche 18 nel 1699. Infine la veccia di cui si evidenziano: 1 pertica nella possessione di S.Sillo nel 1606; pertiche 7 nella possessione Ognissanti nel 1613; pertiche 6 nella possessione Campagna Cella nel 1699.
COLTURE VARIE. Tra queste coltivazioni va annoverato sicuramente il fagiolo, la cosiddetta ‘carne dei poveri’ che veniva coltivato non solo negli orti, ma in campo aperto.
Le colture della vite
La coltivazione della vite nel Cremonese nel 1500 e 1600 ha una notevolissima diffusione. Il vino costituisce, invero, un ingrediente costante, immancabile della dieta alimentare dell’epoca. E’ tanto poco voluttuario il consumo del vino, che gli stessi enti benefici, unitamente al pane, distribuiscono vino agli indigenti, come genere di prima necessità. Il Catasto spagnolo, infatti, oltre a registrare la viticoltura promiscua su 695 mila pertiche e quella specializzata su appena 321 pertiche, rileva la presenza di altre 4400 pertiche di terre avitate novelle che non danno ancora frutto. Complessivamente la viticoltura risulta praticata, insomma, su quasi il 43% del territorio provinciale. Ve da presumere, tuttavia che anch’essa abbia a conoscere, nel corso del Seicento una graduale ed inarrestabile diminuzione." Tornando alla mia indagine, effettivamente la viticoltura nel Cremonese conosce uno sviluppo considerevole in tutto il Cinquecento, mentre inizia un inarrestabile declino nel XVII secolo. Sicuramente il fenomeno è dovuto al fatto che si sviluppa in modo sempre crescente ‘l’aratorio adacquatorio’ che favorisce la coltivazione dei cereali e nello stesso tempo la coltivazione dei prati per l’allevamento sempre crescente del bestiame.