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'La battaglia di Lepanto' Andrea Vicentino: Venezia Palazzo ducale.

'San Vittoriano' la nave cremasca che combattè a Lepanto


di Fulvio Stumpo
Centinaia di imbarcazioni si affrontano con i vessilli al vento, è il 7 ottobre del 1571, le acque di Lepanto in Grecia sono teatro di una delle più grandi e famose battaglie navali della storia. Di fronte ci sono più di 300 imbarcazioni turche e poco più di 250 cristiane: tra queste c’è la ‘San Vittoriano’, di Crema, il capitano è Evangelista Zurla, un nobile esperto di cose di mare, e come si vedrà, la sua galea era posta nell’ala destra dello schieramento, quello che fu decisivo per la battaglia.


Della sua famiglia chiede notizie in una lettera dei primi del ’500 lo scrittore e politico Castiglione Baldassarre. La ‘San Vittoriano’ di Crema era stata armata dopo l’appello del papa Pio V, e faceva parte dello schieramento di Venezia, la città era sotto il possedimento del Leone di San Marco (in un primo tempo infatti il peso della guerra sembrava dovesse cadere solo sulla città lagunare) ma poi tutte le potenze europee contribuirono allo sforzo bellico. Delle città terrestri di Lombardia, fornirono galeazze anche Bergamo e Brescia. Come si diceva i primi movimenti di spie e di politici che porteranno alla guerra iniziano nel 1568, l’allarme, secondo lo storico Alessandro Barbero (splendido il suo libro ‘Lepanto, la battaglia dei tre imperi’) lo dà il nuovo ambasciatore veneziano a Costantinopoli Marcantonio Barbaro, che dal suo palazzo sull’arsenale si accorge che i turchi stanno iniziando a lavorare alla flotta. A dire il vero lo capisce tardi, ma non così in ritardo da risultare il suo allarme vano. Anche Venezia si arma alla svelta, in posta ci sono le isole greche, Cipro e Creta soprattutto, i domini occidentali in oriente, vere e proprie porte ai lucrosi affari con la ‘Sublime Porta’. Dopo quasi due anni di preparativi, scaramucce, appelli alla guerra santa, alleanze, antipatie, calcoli meramente economici (la guerra in effetti di ‘santo’ aveva ben poco) l’Europa allestisce un’imponente flotta che dovrà contrastare quella turca.


Le navi europee sono al comando di don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo Ve dunque fratellastro di Filippo II di Spagna. Ha una flotta magnifica, che è costata alle potenze europee centinaia di migliaia di ducati, cifre enormi per l’epoca. Ma non solo: oltre alle difficoltà economiche si era dovuto affrontare il problema del reclutamento e del vettovagliamento, una volta fatte le navi infatti servivano marinai, rematori, e fanti, in più occorrevano tonnellate di viveri, tra i quali il famoso ‘biscotto’, un pane spesso immangiabile. Lo schieramento destro (al comando di Gian Andrea Doria) proprio dove era allineata la ‘San Vittoriano’ con sul ponte di comando il cremasco Evangelista Zurla, doppia per primo le isole Curzolari poste di fronte alla baia di Lepanto. E’ una manovra eccezionale dal punto di vista nautico: lo spazio è ristrettissimo, le navi sono così affiancate che quasi i remi si toccano, la ‘San Vittoriano’ dovrebbe essere affiancata ad una imbarcazione padovana. Zurla si comporta da grande marinaio, tiene la formazione e la sua nave prende il mare aperto in perfetta linea con le altre. Più complessa e ‘disordinata’ la manovra dell’ala sinistra (era al comando di Agostino Barbarigo) gli spazi erano più ridotti, le galere e le galeazze non erano riuscite a mantenere la formazione, ed erano uscite dagli stretti quasi in linea di fila. L’ammiraglio fa sfilare i legni sotto costa poi riprende il largo e li rimette in formazione. Poi passa il centro, lo schieramento si ricompone e si fila verso il nemico. Quel giorno del 7 ottobre del 1571 nella acque della Grecia lo spettacolo doveva essere magnifico (gli schieramenti di flotte o di battaglioni sono sempre magnifici, poi però arrivano i massacri e si capisce che la ‘bellezza’ della guerra andrebbe distinta tra le armi, raccolte nei musei di mezzo mondo, è la guerra propria, che è tutta un’altra cosa).


I legni avanzano coloratissimi: divise, vele, vessilli, bandiere. Sulla galera del comandante turco viene issata la bandiera bianca con ricamato migliaia di volte il nome di Dio, sull’ammiraglia cristiana garrisce al vento la bandiera celeste con Cristo crocifisso. Venezia issa il grande stendardo con il Leone di San Marco, anche sulla nave di Zurla viene spiegato il leone alato. Sulle navi la tensione è alta, entrambe gli schieramenti pregano, i soldati e i marinai ballano danze propiziatorie. Le navi vanno lente, quelle cristiane si avvicinano a remi, procedono a tre nodi (poco meno di 6 chilometri all’ora, le due formazioni ce ne impiegano quasi 5 per venire a contatto) i turchi avanzano con la velatura leggeramasono più veloci. Il vento però cala, i turchi sono costretti ad ammainare le vele e a procedere anche loro a remi, non è una cosa di poco conto. Dopo i primi colpi di artiglieria la battaglia infuria, il fuoco dei cannoni rende il campo di battaglia invisibile, il cozzo del legno delle navi è sordo, le grida dei soldati all’arrembaggio si confondono con quelle dei feriti. Il lato destro della ‘San Vittoriano’ ha grandi spazi per manovrare, Doria mette le sue navi in fila avanza e a un certo punto mette le prue contro l’ala sinistra della formazione ottomana. La navi però sono al comando del grande ammiraglio e marinaio Uluc Alì (Uccialli, un calabrese passato all’Islam) avanza, lo schieramento è forte di 150 tra galere e naviglio minore. ‘Uccialli’ è un esperto, sa cosa fare e infatti mette in difficoltà la flotta dell’ammiraglio genovese e assale alcune navi isolate che probabilmente stavano tornando indietro per gettarsi nella battaglia e ‘avere gloria’. Il comportamento di Doria è al centro della disputa degli storici da secoli: secondo alcuni il suo navigare verso il largo e il contrasto con Uccialli non permise l’accerchiamento del grosso dei cristiani; secondo altri invece Doria con la sua ‘strana’ manovra avrebbe messo in difficoltà tutto lo schieramento cristiano. Sta di fatto che alcune squadre dovettero andare il suo aiuto, ma questo permise al Doria di accerchiare le navi di Uccialli che però, grande marinaio com’era, riuscì sganciarsi e a fuggire.


La vittoria cristiana fu comunque completa: Alì l’ammiraglio turco cade in battaglia, la sua testa viene mozzata e issata sui pennoni. I turchi perdono più di 30mila uomini compresi i feriti, 60 navi colano a picco e quasi 140 sono catturate, dalle loro galere vengono liberati quasi 20mila schiavi. La flotta cristiana perde solo una ventina di navi e naviglio minore e 7500 uomini. Il loro rientro è trionfale, gli uomini di quella battaglia, i loro comandanti passeranno nella memoria storia delle loro città. Così come il nome di Evangelista Zurla, comandante della ‘San Vittoriano’: i suoi vessilli furono esposti in duomo.