Canali, rogge, seriole, navigli, fiumi. Una rete di vita che attraversa il Cremonese da nord a sud. Una ricchezza che è sempre stata al centro di lotte per il suo controllo. E’ vero che le acque erano considerate bene della ‘Comunità’ fin dal Medioevo, ma è anche vero che i signori dell’epoca, finbo a tutto il ’700, fruiscono a loro piacimento del patrimonio idrico, ora favorendo un vassallo ora l’altro, concedendo benefici a una comunità e togliendoli a un’altra. I grandi signori feudali ne facevano un punto di forza, anzi spesso canali, rogge o bocche erano concesse... in feudo come se si trattasse di poderi. Nel 1479, ad esempio, Tristano Sforza, come dono di nozze, regala alla figlia Margherita, che sta per sposare Galeazzo Pallavicino, un tratto del fiume Oglio e la roggia Pumenenga, che scende dalla Bergamasca. I Pallavicino diventano i signori delle acque: formano un ‘Condominio’ che in pratica controlla, esige e regolamenta i prelievi.
Per il controllo del Naviglio Civico Cremonesi e Bresciani si faranno guerra er secoli, così come per i diritti di attingere acqua dall’Oglio. Le cronache antiche però sono ricche soprattutto di ‘piccole’ dispute per il controllo di quella o quell’altra roggia, del canale, della seriola, della bocca. Nel 1386, ad esempio, scoppia il caso Fontanella: Galeazzo Visconti concede in feudo la bocca (Visconta) del Naviglio Civico a Francesco Tinti, signore di Azzanello, i fontanellesi protestano vibratamente, facendo pesare al duca la loro assoluta lealtà alla casata. Solo nel 1469 Bianca Maria Visconti esonera i fontanellesi al pagamento delle tasse di erogazione che erano state introdotte dai Cremonesi. Un’altra questione, tra alcuni proprietari terrieri nobili e scoppia nel 1500 per il costo dell’approvvigionamento: la causa legale andò avanti per ben 75 anni, fu trovato un accordo,manon fu soddisfacente, tant’è che i malumori andarono avanti per decenni. Nel 1549 Cremona impone a un Pallavicino il versamento di un contributo per la manutenzione di un canale; nel 1547 si discute e si fanno i conti per la costruzione del dugale Robecco e nel 1555 si litiga per l’apertura di una bocca sul Naviglio. Un caso curioso è quello dei monaci di Cavatigozzi. Nel 1445 i frati prelevavano, dietro pagamento, una certa quantità di acqua dal Naviglio. Dopo una piccola indagine, molto probabilmente fu qualche contadino pettegolo a dirglielo, scoprono che dalla parti della Cava sono gli unici a pagare. Gli altri proprietari terrieri sono esenti. Ma non sono proprietari comuni, si tratta delle potenti famiglie Barbò e Secchi. Inoltrano una supplica alla ‘signora’. La ‘signora’, che altri non era che Bianca Maria Visconti, li esenta dal pagamento.
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Una delle caratteristiche più affascinanti delle lingue e dei dialetti è la loro grandissima permeabilità agli influssi esterni, quelli di altre ‘favelle’ che spesso arrivano da mondi lontani se non lontanissimi (basti pensare che ‘zafferano’, aMilano re della cucina, è un lemma arabo). Una delle parole più tipiche nel linguaggio cremonese ne è un esempio lampante: roggia. Nel paesaggio della Padania nulla, forse, è di più tipico, eppure la sua origine lessicale arriva da lontano dalla lingua prelatina spagnola. Uno dei primi a riportarla in un testo latino è Plinio che scrive ‘arrugias’ spiegando che gli ispanici chiamano così dei cunicoli scavati nelle montagna. Da questa voce nello spagnolo si tramuta in ‘arroyo’ (ruscello) fino ad arrivare a noi con il latino e la parola diventa *rugia. Da qui al cremonese ‘röza’(roggia) il passo è breve.