di Fulvio Stumpo
Il ponte di Po sarà ancora chiuso lunedì e martedì per lavori in corso. Una questione che si trascina da anni, del resto dei ponti non si può fare a meno, tranne quando i fiumi...ghiacciano. Le prime cronache che raccontano del Po ghiacciato risalgono al Medioevo. Nonostante la storia delle meteorologia indichi che tra l’anno 1000 e l’anno 1400 la temperatura del mondo si alzò di qualche grado. Tant’è che le condizioni di vita migliorarono notevolmente fino a far definire il 1200 ‘il secolo d’oro’.Una delle cosiddette piccole glaciazioni infatti va dal 1400 agli inizi del 1900 (nell’800 tanti fiumi europei ghiacciarono, famosa fu la ‘glaciazione’ del Tamigi).
Ma evidentemente le temperature non erano distribuite in modo organico e nella Bassa Padana si registrarono temperature da freddo record, tanto che il Po, appunto, gelò e il ghiaccio era così spesso da poter passare con i carri carichi di merci. Gli anni più rigidi, riportano le cronachemedievali e rinascimentali, in cui il grande fiume divenne un’immensa lastra gelata, furono il 1126, 1234, 1304, 1549. Anche nel ’700 e nell’800 il fiume gelò,ma le gelate medievali e quella del ’500 rimasero proverbiali. E la cosa non deve meravigliare: l’alveo del fiume a quei tempi era più largo, l’acqua scorreva più lenta di oggi, forse due miglia all’ora, vale a dire meno di quattro chilometri in un’ora, in alcuni punti era quasi stagnante, per cui era più facile che si solidificasse. Le cronache si soffermano soprattutto su due grandi gelate: quella del 1234 e quella del 1549. La prima è ricordata dal monaco parmense Salimbene che nella sua ‘Cronaca’ scrive: «...mercoledì 18 aprile venne un vento freddo e cadde una neve freddissima; e la notte dopo una grande brina, che ridusse le vigne come se fossero secche. E il giorno 23 aprile nevicò ancora e venne altra brina, in modo che le vigne furono completamente distrutte». Ma la situazione divenne ancora più difficile, tanto che il grande fiume gela. Una circostanza eccezionale, e le cronache dell’epoca raccontano che veniva attraversato a piedi, da uomini e carri, con buoi o cavalli. Altri documenti ricordano che in quegli anni si poteva arrivare a piedi da Cremona fino all’Adriatico, e solo alla foce, a contatto con il mare, il fiume ridiventava... liquido. ASommocon Porto (feudo della nobile famiglia Sommi) il ponte fatto di barche e di tavolacci, che collegava la sponda cremonese con quella parmigiana, venne stritolato dal ghiaccio, ma il traffico di merci non si arrestò: si poteva passare il fiume a piedi. Così come avvenne per la sponda piacentina. Tutte le colture golenali, all’epoca però erano molto più ristrette, vennero ‘bruciate’ dal ghiaccio che mediante le grandi lanche trasformò la fertile campagna cremonese in una tundra siberiana. ■