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Pieve d'Olmi nel periodo dell'Unità


La piccola storia che forma la grande storia: come tessere di un mosaico, le esperienze di vita quotidiana dei nostri piccoli paesi diedero un contributo fondamentale alle vicende risorgimentali. Pieve d’Olmi fu una di queste tessere. Erano gli anni caldi tra il 1847 ed il 1872, nel pieno dei combattimenti per veder riconosciuta l’identità nazionale. Servivano nuove leve ed era necessario rivolgersi alla maggior parte delle persone, ma non esistevano mezzi di comunicazione capillari e l’analfabetismo era ancora alto. Come raggiungere la massa? I preti divennero il tramite principale e un notevolenumero di documenti fu inviato direttamente ai parroci, compresi i sacerdoti di Pieve, che dal pulpito, oltre alla parola del Signore, si trovarono a diffondere anche le parole di politici e militari dell’una e dell’altra parte in guerra.

I ‘Reverendi Parrochi’, come si legge nei documenti, furono don Antonio Morelli, dal 1847 al 1861 e successivamente don Giovanni Zucchetti. Grazie allo zelo di questi sacerdoti, la maggior parte dei documenti dell’epoca finirono negli archivi parrocchiali di Pieve, dove rimasero a raccoglier polvere per un secolo e mezzo. Se non fosse stato per una ristrutturazione nella canonica, e il trasloco di alcuni mobili, questi documenti sarebbero ancora là. Oggi tutta questa documentazione è stata recuperata e nei mesi scorsi è stata esposta in una mostra presso la Casa della Cultura di Pieve. Chiamate alle armi, manoscritti, circolari, documenti con la firma di Radetzky, richieste di sostentamento, coperte per i feriti e carri per l’esercito: una preziosa testimonianza di quello che fu il Risorgimento per la gente comune di Pieve d’Olmi. Per lo più contadini, di cui i libri non riportano i nomi, che forse non avevano mai nemmeno visto una carta geografica, per i quali andare al di là del Po era un viaggio in un paese ‘forestiero’ dove si parlava una lingua (o meglio, un dialetto) diversa. Queste carte sciupate dal tempo e dall’umidità svelano date, timbri, simboli imperiali e nazionali; ci si deve sforzare per comprendere le parole scritte a mano in elegante corsivo, con termini ormai dimenticati; raccontano di medici chiamati a curare i feriti dopo le battaglie, ma anche di come doveva essere sfornato il pane per l’esercito, descrivendo le forme e dettando le misure. Riportano congedi, indicazioni per ‘matrimonj da contrarre sui militari di 2a categoria in congedo illimitato’, l’esenzione dal servizio militare per il primo di sette fratelli o per gli orfani. Altri documenti datati 1862 e 1864 posteriori all’Unità, pongono invece il problema dell’istruzione e della salute pubblica, con la necessità di praticare vaccinazioni antivaiolo, per evitare pestilenze.

Fulvio Stumpo

I documenti recuperati sono molto interessanti e alcuni sono anche curiosi. Come ad esempio il ‘Congedo illimitato’, su carta intestata del Regno di Sardegna, rilasciato a Francesco Cerutti. Nell’atto si legge che, tra le altre cose, non potrà contrarre matrimonio fino al vigesimo anno d’età. Il documento è stato compilato a mano ed in certi tratti risulta davvero difficile capire ciò che è scritto. È però curioso notare come i dati anagrafici e personali registrati come ‘Indicazioni e contrassegni’ riportino particolari originali, come la descrizione di sopracciglia, fronte e mento. Scopriamo così che Cerutti, alto 1 metro e 63 centimetri, aveva il viso lungo, il mento tondo, la fronte alta, il naso lungo e la bocca grande. Del resto all’epoca non esistevano fotografie da allegare ai documenti e la descrizione doveva essere estremamente accurata, con particolari che oggi ci fanno anche un po’ sorridere.