di Fulvio Stumpo
L’inverno del 1076 fu uno dei più rigidi che la storia della Val Padana ricordi: il freddo la neve e il ghiaccio chiusero in una morsa le campagne e le città da ottobre a marzo, il Po ghiacciò completamente, i grandi boschi rimasero imbiancati e gelati per mesi. Tra boschine e anse si aggiravano degli uomini famelici e feroci in cerca di preda che il maltempo non favoriva, le loro veloci barche era immobili strette dal ghiaccio, le spade arruginite e le pance vuote: erano i pirati del Po, gente senza scrupoli, fuorilegge che si erano dati alla ‘guerra di corsa’.
A testimoniare di questi fuorilegge del fiume, veri e propri pirati, è Donizone, cronista medievale nella sua ‘Storia della vita di Matilde’ raccontando proprio che i Canossa, Bonifacio e Matilde appunto si erano impegnati a debellare questo ‘castigo di Dio’. La casata aveva buona parte dei suoi possedimenti a ridosso del Po, vera e propria autostrada dell’epoca, si calcola che nel Medioevo più del 70 per cento delle merci viaggiava per via d’acqua. I pirati lo sapevano benissimo per questo a piccoli gruppi, con barche veloci a propulsione mista, ‘vela-remo’, tendevano imboscate alle navi cariche di merci che venivano a tiro, soprattutto quando le imbarcazioni navigavano vicino alla riva per evitare la forte corrente al centro del fiume, «che era percorso da gente di ogni sorta, insidiato da pirati» scrive lo storico.Unvero e proprio flagello che in certi momentimetteva a repentaglio tutto il traffico del Po, tanto che Donizone nel suo libro sulla vita di Matilde tra i meriti della donna spiega proprio che «solo fino a quando ella fosse rimasta in vita nessuno avrebbe dovuto temere i briganti delle acque padane».
Ma come agivano questi briganti? Ce n’erano di due tipi: quelli che operavano nelle boschine del Po, briganti stanziali, e quelli che si nascondevano nelle anse con le barche e attaccavano sul fiume. I primi magari seguivano per giorni il convoglio di barche mercantili nascosti tra gli alberi e i cespugli della riva aspettando che l’equipaggio decidesse di attraccare per passare la notte o fare qualche riparazione: era questo a punto che attaccavano, e di solito non facevano prigionieri, i navigatori venivano uccisi e la merce rubata. I pirati-marinai invece erano più temerari, aspettavano dietro le anse del fiume la barca e attaccavano di sorpresa, anche in questo caso volavano coltellate e colpi di mannaia. Erano formidabili navigatori, conoscevano il fiume alla perfezione, riuscivano a sfruttare al meglio le correnti e il vento: il Po era molto più largo di adesso si poteva seguire una rotta a vela, o quantomeno ‘aiutare’ i remi. Matilde, ma a dire il vero tutti i signori del tempo cercarono di combattere questo fenomeno,mainutilmente: ancora fino agli anni ’30 del secolo scorso nelle golene si nascondevano e vivevano i cosiddetti ‘irregolari’: un’epopea.
La curiosità
Il pirata di...acqua dolce più famoso è forse Gian Giacomo dei Medici, più conosciuto con il nome di battaglia ‘Medeghino’, che operò agli inizi del ’500 sul lago di Como. Fu un vero e proprio masnadiero, crudele e violento che nonostante i suoi misfatti chiuse la sua carriera con il titolo di marchese e la sua tomba è nel duomo di Milano. Gian Giacomo dei Medici (non era parente deiMedici fiorentini) era nato a Milanoma appena adolescente dovette fuggire perchè accusato di omicidio. Si nascose sul lago di Como e qui iniziò la sua carriera di pirata, che ebbe anche una ‘luminosa’ attività sul lago di Lugano e sul Maggiore. Famosa è la battaglia di Bellagio, la sua flottiglia affrontò le navi diComoalleate degli spagnoli. Cercò di catturarlo Francesco II Sforza, ci riuscìma dovette impiegare una gran quantità di uomini e mezzi. I due però divennero alleati e Gian Giacomo fu nominato marchese di Melegnano.
©RIPRODUZIONE RISERVATA