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Mazzette e ruberie imperiali


La dominazione spagnola non fu un periodo aureo per la Lombardia e per Cremona in particolare. Di recente però gli storici hanno un nuovo approccio verso la ricerca, sfatato alcune convinzioni e messi in evidenza altri aspetti più positivi. Come si dice: il dibattito è aperto, su tante questioni si può discutere, ma sulla corruzione che caratterizzava l’Impero c’è poco da dire. La vastità dei possedimenti asburgici, la lontananza del potere centrale, che in questo caso non delegava alcuna funzione ai poteri locali, la complessità e la lunghezza dei controlli, il loro utilizzo a fine politico, tutte queste circostanza favorivano la corruzione. E Cremona non ne era esente: stuoli di funzionari spagnoli e non lucravano sulle loro cariche, con un aggravante: il sistema fiscale spagnolo era pesantissimo.

Dal 1560 l’amministrazione, subito dopo l’ascesa al trono di Filippo II avvia una serie di controlli in tutto l’impero, a Cremona arriva l’ispettore Luis de Castiglia. Il capitano della piazza cremonese è don Rafael Manrique. Il funzionario imperiale (che ricorda tanto i missi dominici di Carlomagno) indaga, prende informazioni, analizza documenti. Alla fine ecco le accuse, don Rafael a Cremona si sta arricchendo: ha acquistato una casa ma completamente in nero, ruba la preziosissima acqua del Naviglio Civico senza pagare un soldo, fa lavorare forzatamente i contadini e gli artigiani per la sua fortezza, consente ai soldati di giocare di azzardo e soprattutto non ‘paga i dazi’. Ma non solo, il castellano deve difendersi anche dall’accusa di avere ricevuto in regalo galli, galline e tacchini (‘gallos de yndias’). Accuse pensanti e quando don Luis di Castiglia gli chiede conto il prode don Rafael gli risponde che così facevano tutti quelli che lo avevano preceduto per cui era nella normalità. Anche i funzionari cremonesi non erano da meno. In un’indagine il marchese Pietro Martire Ponzone deve difendersi dall’aver accettato in regalo del vino, ma un testimonia a sua discolpa, il suo factotum, sostiene che sì, glielo volevano regalare, ma il marchese lo accetta ma lo paga. Nel 1607 scoppia una scandalo senza precendenti: il podestà di Cremona Giovanni Acerbo e il suo cancelliere Giovan Battista Cattaneo si vendono le sentenze, le aggiustano in cambio di soldi, rimettono le querele in cambio di bustarelle, taglieggiano i carcerati, imprigionano senza motivo i forestieri per poi scarcerarli dietro pagamento, ai prigionieri lesinano l’acqua e poi gliela vendono loro stessi. Cosa pagarono i due: poco a nulla, era il sistema, e poi appartenevano alla crema della società, ai gentiluomini, alla casta degli intoccabili. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

La curiosità

Il sistema di controllo c’era ma era così macchinoso e lento che era tuttaltro che funzionale alla giustizia, tanto che ‘l’arbitrio e la disonestà’ era la pratica comune. I sistemi di controllo erano fatti in modo da dare poco fastidio, il legislatore li concepiva avendo ben presente che erano destinati ai ‘pari’ del regno. Spesso i controlli erano utilizzati dal sistema centrale come un’arma politica: i più fedeli al potere centrale erano lasciati in pace, quelli che magari si avvicinavano a fazioni politiche o nobiliari avverse al favorito di turno diventano oggetti di verifiche o controlli. Che non portavano a nulla, però erano un segnale chiaro: non sei nelle grazie dell’imperatore o del governatore del Ducato. I controlli contabili c’erano, da Madrid arrivavano i funzionari, ma i calcoli venivano fatti in base alle cifre che la stessa amministrazione forniva, dunque non esisteva nessun termine di paragone. Era una giustizia che in pratica non garantiva nulla, se non la classe dirigente, che rimaneva libera di arricchirsi alle spalle del popolo.