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Le tasse del Po pagate al Vescovo


Fino al XIX secolo i barconi e i suoi equipaggi continuavano la lunghissima tradizione ‘marinara’ della città. Una tradizione e una cultura che risale a 1200 anni fa. In numerosi e antichi ‘diplomi’ degli imperatori del Sacro Romano Impero si fa continuamente riferimento al porto Vulpariolo. Il primo documento che compare è datato addirittura 851, ed è un diploma dell’imperatore Ludovico che conferma i diritti di accesso e di riscossione delle imposte al vescovo di Cremona. Un altro più recente del X secolo: conferma i diritti di pesca e sui mulini e il ripatico dalla confluenza dell’Adda nel Po fino al porto di Vulpariolo presso Cremona...e ammonisce infine i mercanti della città di non tentare di distruggere il porto di Vulpariolo sottoposto alla giurisdizione del vescovo (il diploma si inserisce nelle lotte tra le classi a Cremona).

Vulpariolo e porto compaiono più volte e stanno a indicare che la tradizione... marinara della città, ma si può dire di tutte le popolazioni affacciate sui fiumi cremonesi, fosse ben radicata e i padani erano esperti navigatori. Del resto un porto è come una sorta di ‘università’: specializza. Lo scalo fluviale cremonese era conosciuto fin dall’antichità, è infatti uno dei centri di maggiore commercio di Roma, che può contare su marinai esperti. Nel V secolo dopo Cristo Sidonio Apollinare cita il porto come punto di sosta per le navi ‘cursorie’, vale a dire di servizio pubblico. E questa bravura e importanza sull’acqua viene accresciuta anche nell’alto Medioevo. Nella zona Sant’Agata-Cittanova infatti esisteva un campo bizantino, la Cataulada individuata dallo storico Ugo Gualazzani. Il campo confinava proprio con il Po dove operavano i marinai dalmati al seguito degli imperiali i Talamoxoni, che erano anche eccellenti rematori, in greco ‘talamioi’ (da questi vocaboli sembra derivino due cognomi tipici cremonesi: Talamazzi e Talamazzini.

La questione delle tasse e dell’accesso al potere evidentemente è una questione antica. I diplomi degli imperatori tedeschi non sono altro che una spia di quello che stava succedendo a Cremona (ma un po’ in tutta l’Italia fin dagli albori del Medioevo e non solo). Il feudalesimo aveva creato una classe dirigente economica e politica proveniente dalla nobiltà e legata soprattutto alla terra. Di contro una piccola borghesia imprenditoriale, artigiani, mercanti, liberi professionisti, si stava affermando economicamente, ma non aveva accesso alla politica, alle stanze del potere che faceva di tutto per tenerla fuori. Questo equilibrio, anzi questo disequilibrio, era garantito dal vescovo cittadino, signore della città. Le cose precipitarono quando la nuova borghesia divenne così potente e ricca da ‘inventarsi’ quasi una nuova città, ‘Città Nova’ appunto divisa dalla Cremonella dalla Cremona dei nobili (corso Campi). La borghesia si ritirò in quel quartiere e iniziò una guerra civile che si protrasse per anni, fino alla fine del XII secolo, quando sant’Omobono e il grande vescovo Sicardo si adoperarono per far cessare le lotte. E così le cose cambiano, molti nobili si mettono da parte, ‘le arti e mestieri’ entrano nelle stanze del potere, in municipio, e faranno di Cremona una potenza internazionale.