Quale che sia la variante del racconto, in principio, il merlo era bianco. O almeno così vuole la tradizione dei cosiddetti giorni della merla, i tre ultimi di gennaio (o ancora gli ultimi due di gennaio e il primo di febbraio), i più freddi dell’anno. Unamerla, ardita e improvvida, si prende gioco di un Gennaio permaloso e beffardo, che le si scatena contro inviperito: un atto di tracontanza supponente (peraltro in parte anche supportato dall’etimologia da ‘merus’, ‘solo, solitario’), che si fa sublime metafora dantesca in Purgatorio, XIII, 119 - 123, nelle parole della senese Sapia: «e veggendo la caccia,/ letizia presi a tutte altre dispari,/ tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,/ gridando a Dio: ‘Ormai più non ti temo!’/ come fé il merlo per poca bonaccia’. E il suo trascolorare, in quella metamorfosi che riscatta la vita a lei e ai suoi piccoli a costo dell’algido candore dell’antica veste, si lega strettamente alla cultura rurale del Po, ponendosi nel pieno del ciclo dei riti propiziatori di inizio anno, fra i ‘dì d’la marca’, appunto, di quei giorni che marcano le tappe fondamentali della Ruota dell’Anno contadino.
Per rivivere l’antica atmosfera contadina basta andare in alcuni paesi della nostra bassa per ascoltare, magari scaldandosì di fronte ad un falò con vin brulé, caldarroste e sbrisolona, il ‘bisticcio’ dei canti della Merla, che nei temi dell’inverno e dell’amore mantengono viva l’antica tradizione. Nella morale della leggenda, che vede l’uccello ingannato dal clima rigido di gennaio, si radica l’espressione «dare del merlo a qualcuno», che significa indicarlo come uno sprovveduto, un sempliciotto. Quanto al merlo bianco, se ne attestano rari esempi, quasi a confermarne il mito: uno famoso fu avvistato, nel dicembre del 2009, nei Giardini Vaticani, alle spalle della grotta di Lourdes. Aberrazione cromatica, per la scienza, e allo stesso tempo allegoria dell’eterna lotta fra bene emale che si cela dietro la simbologia dei colori: se a San Benedetto il diavolo appare nella forma più diffusa di merlo, quello dal piumaggio nero e dal canto seducente e tentatore, la sensibilità collodiana ripone buon senso e saggezza proprio in un merlo bianco, che non a caso (come il grillo, d’altronde) fa una brutta fine. Come già ebbe a evidenziare Jules Renard: «Il merlo bianco esiste, il merlo nero non ne è che l’ombra».
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