Silvana Mangano nel celeberrimo film 'Riso amaro' di Giuseppe De Santis
La fine di maggio coincideva con il periodo della semina del riso; e ogni anno centinaia di donne cremonesi si riversava nel Vercellese, nel Novarese e nel Pavese dove la mano d’opera locale non era sufficiente. Queste donne si lasciavano alle spalle unagrande miseria e quindi quel lavoro stagionale era l’unica possibilità di portare a casa la ‘pagnotta’. In alcuni paesi si era creata un’apposita organizzazione, perchè quello di mondina era un mestiere con tutti i crismi dell’ufficialità. Si partiva in treno con un bagaglio minimo.
Ecco il racconto di A.M. di Grontardo, tratto dal volume ‘Era ieri’ curato da Umberta Lena. «Per andare a fare la mondina bisognava presentare la domanda all’Ufficio di Collocamento. Quando i padroni delle risaie facevano sapere di quante ragazze avevano bisogno ci mandavano a chiamare e ci dicevano la destinazione e il giorno di partenza. Alla stazione, con la nostra valigia dove avevamo sì e no un cambio di vestito e di biancheria, ci caricavano sui vagoni dove ci trasportavano il bestiame e dove per sedili c’erano le botole di paglia. Io andavo nella zona di Pavia. Saremo state in novanta. Eravamo alloggiate dentro a dei cameroni dove c’erano due file lunghe di brande con i materassi fatti di paglia di riso. Al mattino ci chiamavano alle quattro e mezza per essere nella risaia alle cinque. Verso le sette ci portavano il latte perché prima di partire non si faceva colazione. Arrivava un carretto con i bidoni di latte caldo, ce lo versavano con il mestolo nelle scodelle di ferro poi ci davano un panino. Si lavorava fino a mezzogiorno, sette ore di seguito. Al pomeriggio si faceva solo due ore perché con il caldo si rendeva di meno.
C’erano bisce, moscerini, zanzare insetti di ogni genere. Stavamo a piedi nudi nell’acqua che ci arrivava fino al ginocchio, e dietro sempre la capa che se alzavi la testa ti richiamava, ti diceva che ti mandava a casa tua o, se eraunadi quelle cattive, ti allungava uno sberlone senza dirti né tanto né quanto. Dovevamo sfoltire le piantine di riso da una parte e trapiantarle in un’altra. Si lavorava andando all’indietro, sempre piegate sulla schiena. Era un lavoro duro, fatto in condizioni che adesso non si possono neanche immaginare. Eppure si cantava oppure si recitavano le preghiere, si faceva amicizia con le compagne di lavoro e si andava d’accordo. Alla sera, sulla strada del ritorno, ci fermavamo ad un fosso per lavarci, non c’erano né bagni né gabinetti nei posti dove dormivamo. Ci si doveva arrangiare. A pranzo mangiavamo riso e pane, a cena pane e riso, qualche volta riso e fagioli. La domenica era l’unico giorno di riposo.A mezzogiorno ci facevamo la pastasciutta, ci davano un pezzo di carne e un bicchiere di vino. Alla fine, oltre alla paga ci regalavano un sacco di riso. Erano quaranta giorni che non finivano mai».
La móonda del rìis
La móonda del rìis era davvero faticosissima. Oggi sono rimaste davvero in poche a raccontare quei quaranta durissimi giorni. Sempre curve, in fila, camminando all’indietro per togliere le erbe infestanti e diradare le piantine di riso, togliendole dalla loro sede e trapiantandole in un posto meno ‘affollato’. Il busto doveva stare piegato in avanti per poter compiere le varie operazioni, e naturalmente con i piedi nell’acqua, perché il riso cresce solo così, nell’acqua. Si iniziava preparando i vestiti adatti: le ‘manichette’, resti di calze senza il piede indispensabili per proteggere le braccia e le gambe dai moscerini, dai tafani e da altri voraci insetti che si sarebbero trovati in risaia dove per lo più si lavorava a piedi scalzi e in calzoncini, protetti da grandi foulard e dai cappelli di paglia. La monda del riso durava 40 giorni circa e necessitava di tante donne nello stesso momento per cui era un impegno anche organizzare, in cascina, tante persone in una volta sola. Non si faceva troppi problemi, per dormire bastavano stanzoni con delle brande (tanto erano così stanche che l’unica esigenza era solo quella di dormire) e per mangiare non chiamavano certo un grande chef, bastava la mondina più anziana (ma per ‘anziana’ si intende una di 30 anni, visto che normalmente erano molto più giovani) per preparare un pentolone di riso con qualche verdura a cui, ogni tanto aggiungevano un pezzetto di carne.
Il lavoro era scandito dal capo squadra e dai canti delle donne (dove trovavano il fiato e la voglia per cantare?). Il canto serviva anche per dare il tempo ai loro movimenti: trattenere le piantine da trapiantare e fare un mazzetto delle erbe da buttare e passarle alla vicina, erbe che passando di mano in mano venivano buttate ai bordi della risaia, dove venivano poi raccolte e buttate via. Questo era quanto. Ma scartabellando ho trovato una notiziola che mi ha fatto sorridere e che vorrei condividere: il primo documento scritto che dimostra la presenza del riso in Italia (ma sicuramente il riso è arrivato prima) è una lettera nella quale, Galeazzo Maria Sforza, nel 1475, prometteva dodici sacchi di riso al Duca di Ferrara. E Galeazzo Maria Sforza era il primo figlio di Bianca Maria Visconti, moglie di Francesco Sforza, detta ‘la Signora di Cremona’ perché aveva ricevuta in dote, dal padre, la città di Cremona, e se ne è talmente innamorata da considerarla la ‘sua’ città e anche i cremonesi di oggi, conoscendone il carattere ben volentieri si sentono ancora suoi sudditi.