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La stagione della coltura dei bachi seta, i cavaléer


di Piera Lanzi Dacquati
Maggio, mese dedicato alla Madonna, mese delle rose, mese dei matrimoni, ma soprattutto il mese in cui, nelle campagne di una volta, si era impegnati, e impegnate, nell’allevamento dei bachi da seta: i cavaléer. Non ho vissuto in prima persona quell’avventura, ma ho visto l’espressione che persone più anziane di me assumevano quando dicevano «Ma Dìo, i cavaléer! Che lauràada fiùum». Oggi apprezziamo molto il piacere di indossare una bella camicetta di seta senza pensare a tutto il lavoro necessario per, nei tempi indietro, per arrivare al capo confezionato.

Mi affiora spesso il ricordo di una signora che, in tempo di guerra (tempo in cui non si sprecava niente), raccontava di quando, in un campo vicino alla cascina in cui abitava, atterrò un paracadutista e di come questi abbia abbandonato il paracadute per essere più disinvolto nei movimenti. Naturalmente, appena ci fu campo libero, la signora che da dietro i vetri aveva osservato con attenzione tutta la scena, si precipitò a raccogliere il paracadute. Quel tessuto leggero e resistente rispondeva al nome di seta, e ne ricavò con grande abilità camicette per le donne della famiglia. Modelli diversi, tutte in un classico color panna: una seta ‘piovuta dal cielo’. A proposito di tutto l'iter che porta alla seta, dai bachi al prodotto finito, riporto alcuni ricordi di persone di Pescarolo, Vescovato e Grontardo che hanno vissuto la fatica di quella lavorazione. Ho tratto questi ricordi dal preziosissimo libro «Era ieri - racconti di vita » a cura di Umberta Lena (2002). Grazie a chi ha curato le interviste all’amica che me lo ha regalato.

A. G., 64 anni, Pescarolo: «All’inizio della stagione dei bachi mia mamma mi faceva un fagotto di foglie e poi mi diceva: vai a San Lucio a farle benedire, cuzé fùm tàanti galèti. San Lucio è una cappellina lungo la strada che da Vescovato va a Levata. Partivamo in sette o otto bambini e quando eravamo là toccavamo con il fagotto di foglie la statua di San Lucio e poi aspettavamo che venisse una signora anziana a dare la benedizione. Prendeva un rametto di gelso, lo intingeva nell’acqua benedetta poi recitava una preghiera e benediva le nostre foglie. Far nascere i bachi al momento giusto, quando i gelsi cominciavano ad avere le foglie non era cosa facile, bisognava essere esperti. La donna che faceva questo mestiere la chiamavano bigatìna. Metteva le uova dentro a delle scodelle coperte con una carta forata, i telarìin, e poi le teneva al caldo e all’umido. Quando i bachi nascevano, ai primi di maggio, passavano dai buchi e salivano sopra la carta dove veniva messa la foglia del gelso tagliata sottile sottile. Erano neri come formichine e piccolissimi».

S. M., 64 anni, Pescarolo: «Non tutti i gelsi riuscivano a portare a maturazione i frutti perchè quando venivano sfogliati anche le more andavano perdute. Noi bambini andavamo in giro per i campi a cercare le more grosse e nere che si trovavano sulle gelosie e un anno ne abbiamo mangiate tante da star male. Conle more bianche invece, in tempo di guerra si faceva la grappa.Unanno alcuni salariati hanno convinto mio papà a non raccogliere le foglie di un filare di gelsi così che le more arrivassero a maturazione e si potesse fare la grappa. Per tutta la stagione dei bozzoli c’era stata tensione. Dicevano: speriamo che quest’anno non mangino tanto, altrimenti bisogna cogliere anche quelle foglie lì e addio grappa. Fare la grappa era proibito, la si faceva clandestinamente e noi bambini sentivamonell’aria un’atmosfera di grande eccitazione».

G. L., 71 anni, Casa di riposo di Vescovato: «Quando andavamo sui gelsi a raccogliere la foglia mia mammami diceva: muoviti. Mi facevano male le mani e piangevo. Mamma, basta, la imploravo. Se vieni giù ti prendo a sberle, mi rispondeva. Man mano che i bachi crescevano noi dovevamo restringerci perché in casa c’era posto solo per loro: spostavamo i mobili, li ammucchiavamo. Erano 40 giorni da cani, mangiavamo fuori, seduti sui gradini della porta. Si cucinava poco perché dicevano che gli odori di cucina facevano morire i bachi, non si poteva entrare e uscire perché soffrivano le correnti d'aria. Quando poi cominciava a sentirsi udùur de begòt, io stavo male».

M. F., 88 anni, Casa di riposo di Vescovato: «Mio marito era soldato, io ero in casa con i suoceri e con una cognata che non voleva andare a lavorare, così è toccato a meandare in filanda anche se avevo una bambina piccola. Venivo a piedi a Vescovato da Sant’Agata con i süpèi, sotto il tacco avevo messo dei chiodi per farli durare di più. La bicicletta ce l’avevamo ma mancavano i copertoni e i soldi per comprarli non ce n’erano. Ero anche andata all’Ufficio di Collocamento per farmi dare il buono per comprarli ma non me l’hanno dato: Partivo di casa alle sei e mezza della mattina per essere in filanda alle otto. Noi filéere lavoravamo con tre aspi di tre matasse ciascuno. L’aspo funzionava a pedale, quindi lavoravamo su tre pedali contemporaneamente, e dovevamo stare bene attente perché se il filo non era tutto uguale, se si era sporcato o si era rotto troppe volte ti davano la multa che trattenevano dallo stipendio. Eravamo controllatissime non solo dal padrone ma anche dalle assistenti. L’ultima parola poi la dicevano la camera della seta dove le donne che ci lavoravano facevano passare ancora tutte le matasse e le numeravano col numero della filéra. Cantavamo, un po’ perché ci piaceva un po’ perché il padrone preferiva sentirci cantare piuttosto che chiacchierare. Poi c’erano le predilette del padrone perché facevano tutto quello che lui chiedeva, non nel lavoro ma nel privato. Se una era unpo’ più bella delle altre il padrone spesso se ne approfittava in cambio di un paio di calze o di qualche soldo. Era miseria anche questa. Eppure andare in filanda era l’unico modo che avevamo per portare a casa lo stipendio perché alle donne che andavano nei campi i soldi il padrone non glieli faceva neanche vedere».


La curiosità
I bachi da seta venivano allevati soprattutto nelle campagne, ma le filande sorgevano nei centri maggiori, dove affluivano grandi quantità di bozzoli. Anche Cremona ne aveva più di una: la filanda Bertarelli con il suo caratteristico minareto di via del Cistello, progettata dal Voghera nel 1842 e la filanda di palazzo Lanfranchi in corso XX Settembre (da poco ristrutturato, oggi ospita appartamenti), tanto per ricordarne un paio. E’ interessante notare come alcune vie antiche portino nomi che si riferiscono al lavoro delle filande, come via Belcavezzo, via Bell’Aspa, via Bella Chioppella e via Bel fuso. Questo perché il rione pullulava di piccole filande e perché gli artigiani tendevano a lavorare gli uni vicini agli altri per una sorta di collaborazione sempre utile tra chi non nuotava nell’oro.