di Gianpiero Goffi
Il Rotary club Cremona presieduto da Francesco Codazzi ha dedicato una serata, a Palazzo Trecchi, ai 150 anni dell’Unità d’Italia. La relazione ufficiale, dal titolo Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani (con il richiamo ad una nota espressione di Massimo Taparelli d’Azeglio) è stata tenuta da Maria Luisa Betri, professore di storia contemporanea all’Università Statale di Milano che ha tracciato un’ampia disamina delle luci e delle ombre del Risorgimento e dell’unificazione, difendendone i valori senza nascondere i problemi e i ritardi ereditati dal passato, aggravati nel tempo, e con i quali anche l’Italia d’oggi deve fare i conti.
La professoressa Betri è partita dalla data del 17 marzo 1861 quando Vittorio Emanuele II re di Sardegna fu proclamato re d’Italia «per grazia di Dio e volontà della Nazione». Conservò il numerale dinastico, e lo Statuto albertino, concesso da suo padre Carlo Alberto nel 1848, divenne la Costituzione del nuovo Regno, destinata a rimanere formalmente in vigore per quasi un secolo. Cavour era il presidente del Consiglio,mala morte lo colse pochi mesi dopo, in giugno. Fece in tempo, nei suoi ultimi discorsi parlamentari, a dichiarare che Roma sola doveva essere la capitale d’Italia recuperando un’idea che era da trent’anni di Giuseppe Mazzini e dei democratici repubblicani e sulla quale invece i liberali moderati si erano mostrati fino ad allora incerti, anche per le note implicazioni dei rapporti con la Chiesa. Se l’unificazione di larga parte della penisola avvenne in tempi rapidissimi, il percorso risorgimentale si presenta come una matassa dai molti fili approdata ad un risultato di «concorde discordia». Due le correnti principali che si confrontarono: quella liberale moderata (Cavour, D’Azeglio) che si appoggiava alla tradizione di uno Stato, il Piemonte, e quella democratica (Mazzini, Garibaldi). Il risultato fu un compromesso fra l’espansione della dinastia sabauda, il disegno di Cavour, le spinte di Mazzini e di Garibaldi. Mazzini può essere considerato il padre del movimento cospirativo moderno: voleva un’Italia unita e repubblicana, fondata sullo sviluppo della cultura e del lavoro e sulla sconfitta dell’ignoranza.
I moderati, in buona parte di tradizione cattolica (citato Vincenzo Gioberti), propugnavano un progresso civile graduale, senza scosse. Tuttavia le origini del Risorgimento italiano, ha proseguito la relatrice, vanno ricercate nell’arrivo nella penisola, con le armate francesi, delle idee rivoluzionarie d’Oltralpe e nella successiva costituzione dell’esercito cisalpino-italico che avviò una profonda trasformazione del modo di essere e di pensare, stimolando il passaggio dalle chiusure del localismo all’idea moderna di nazione. All’indomani della nascita dello Stato italiano, nel 1861, molti uomini politici erano consapevoli che molto restava da fare sul piano dell’educazione civile degli italiani alla quale si opponevano atavici e radicati difetti. Il già citato D’Azeglio, genero di Alessandro Manzoni, denunciava nel 1867 la carenza negli italiani di forza di volontà e di carattere e paventava il peggioramento della situazione. Ancora più duro Mazzini, che non accettava la soluzione monarchica del Risorgimento; ma anche un esponente della Destra storica come il cremonese Stefano Jacini (che era stato ministro con Cavour e aveva condotto l’Inchiesta agraria), uomo intelligentissimo e di difficile carattere, lamentava la frattura tra «Paese legale» e «Paese reale». Gli uomini della Destra, ha osservato la Betri, non conoscevano l’Italia e si trovarono di fronte a problemi immani: Cavour, uomo di cultura europea, non si era mai spinto sotto Bologna. Tra gli altri limiti della costruzione unitaria o con i quali il Regno dovette confrontarsi, la relatrice ha ricordato la questione romana, la divisione che essa creò anche tra garibaldini da un lato e liberali moderati dall’altro, e i rapporti conflittuali fra lo Stato e la Chiesa cattolica fino alla scomunica di Vittorio Emanuele II; il suffragio censitario in base al quale su 22 milioni di abitanti solo 500mila avevano il diritto di voto per la Camera dei deputati; il fatto che la classe dirigente fosse emanazione per la maggior parte di aristocrazia, borghesia e grande proprietà terriera; l’unificazione amministrativa sulla base dell’estensione del sistema piemontese; l’analfabetismo e la dialettofonia; il disagio igienico-assistenziale delle popolazioni con le conseguenti malattie endemiche ed epidemiche.
Non trascurati la questione meridionale, il brigantaggio al Sud dopo la spedizione dei Mille e l’annessione, Ha infine affrontato il tema della debolezza dell’identità nazionale di cui molti hanno parlato e scritto anche in coincidenza con la ricorrenza di quest’anno opponendo alla «frenesia celebrativa » un’infastidita intolleranza e spingendosi anche a sostenere istanze di secessione. Un atteggiamento che è confermato anche dal discutibile proliferare in questi mesi di una produzione saggistica e giornalistica anti-unitaria e anti-risorgimentale. Certo, ha riconosciuto la professoressa Betri, occorre rileggere il Risorgimento considerando un’Italia plurale che si faccia carico della sua varietà di fondo. Quanto poi al «vuoto d’Italia al vertice», al forte indebolimento dell’idea di unità nazionale nella sfera pubblica, la docente ha fatto proprie le riflessioni dello storico Giuseppe Galasso, secondo il quale è infondato ritenere che l’idea dell’Italia sia per questo scomparsa dalla coscienza degli italiani e dal sentimento popolare. Non è tuttavia senza fondamento osservare che quella di quest’anno può essere considerata una «festa triste» se confrontata con le celebrazioni del centenario, nel 1961, quando a festeggiare era l’Italia della libertà e della democrazia riconquistate e del miracolo economico e che si meritava anche l’elogio del presidente americano J.F.Kennedy come modello di progresso e stimolo ad un «Risorgimento internazionale». Ma, fuori da ogni ripiegamento pessimistico, anche oggi l’Italia e gli italiani hanno davanti un futuro, un futuro che ci è necessario.
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