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La festa dell'Italia unita


di Gianpiero Goffi

Sono incominciate, e avranno il loro culmine nel marzo 2011, le celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia. Non diversamente, nel 1961, se ne era festeggiato il centenario e, nel 1911, il cinquantenario, con l’inaugurazione a Roma dell’altare della Patria o Vittoriano, poi destinato a diventare anche sacello del Milite ignoto, simbolo di tutti i caduti italiani nelle guerre risorgimentali e soprattutto degli oltre seicentomila della grande guerra 1915-1918. L’unità di cui si celebra il secolo e mezzo di vita è quella statale: il 17 marzo 1861, con la proclamazione a Torino del Regno d’Italia, nasceva uno Stato nazionale italiano, un’entità sovrana conservatasi ininterrotta lungo centocinquant’anni, pur nella tragica divisione dell’Italia in due nel 1943-45, e con il mutamento, nel 1946, della sua forma istituzionale da monarchica a repubblicana. Non era invece ancora completa, nel 1861, l’unità territoriale. Bisognava attendere il 1866 perché, con la terza guerra d’indipendenza fossero annessi al Regno il Veneto e il territorio di Mantova; il 1870 per l’unione del Lazio e di Roma, divenutane capitale l’anno dopo, e infine il 1918 perché, coronando le aspirazioni dei patrioti e degli irredentisti, anche il Trentino con l’Alto Adige (Sud Tirolo), il Friuli, la Venezia Giulia, l’Istria e alcune città della costa dalmata (compresa Fiume dal 1924) entrassero a far parte dello Stato italiano. Ne torneranno esclusi i territori istriani e dalmati a seguito della sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale e delle dure condizioni del trattato di pace del 1947, al quale si aggiungerà, nel 1975, il trattato di Osimo fra l’Italia e la Jugoslavia. E’ comunque evidente, senza nulla togliere al 17 marzo (che il prossimo anno sarà festa), il fondamento storico e morale della celebrazione del 4 novembre, anniversario della vittoria del 1918, quale Giornata dell’unità nazionale, oltre che delle Forze armate, così come quello della richiesta, rinnovata ogni anno anche a Cremona dalle associazioni d’arma, del ripristino del giorno festivo soppresso dal 1977. La partecipazione italiana al primo conflitto mondiale venne infatti giustificata e interpretata quale compimento del ciclo risorgimentale e completamento del processo unitario; quella guerra, senza precedenti per estensione e vittime, fu avvertita da molti italiani (lo conferma anche la folta partecipazione di volontari) e sostenuta dai giornali e dalla propaganda come la quarta guerra d’indipendenza (dopo quelle del 1848-49, 1859 e 1866). E la continuità risulta argomento evidente nelle motivazioni di una parte dell’interventismo e nello stesso proclama rivolto alle truppe da Vittorio Emanuele III il 24 maggio 1915. A differenza dei nazionalisti alla Gabriele D’Annunzio, gli interventisti eredi del Risorgimento, dagli irredentisti democratici ai liberali conservatori, congiungevano il principio di nazionalità agli ideali di libertà, e li traducevano nell’obiettivo della liberazione non solo di Trento e di Trieste, ma in quella di tutti i popoli oppressi dagli Imperi centrali. A giudizio del senatore Francesco Ruffini, che sarà ministro della Pubblica istruzione nel governo «di unità nazionale» guidato da Paolo Boselli (1916-17), gli scenari bellici erano già stati prefigurati da Camillo di Cavour fin dal 1848 con la previsione di una guerra a sfondo etnico tra germanesimo e slavismo e di un crescente antagonismo fra Inghilterra e Germania: l’Italia avrebbe potuto sfruttare la situazione per contribuire alla nascita di un nuovo equilibrio europeo. E per un cattolico come Tommaso Gallarati Scotti, distante da ogni disumana esaltazione della guerra in se stessa, se «l’unità d’Italia era stata l’opera … di piccole minoranze illuminate … occorreva una prova di sacrificio in comune per assimilare masse di popolo, classi che in alto e in basso erano restate o indifferenti o ostili, creando nell’incontro e nel superamento delle differenze un più reale consolidamento spirituale della nazione». Non per questo si deve ritenere che tutti i neutralisti fossero estranei o avversi allo spirito risorgimentale: Benedetto Croce, ad esempio, e con lui altri giolittiani, finirono con l’accettare la partecipazione alla guerra solo per senso del «dovere verso la Patria»; il filosofo intuiva tuttavia che non si trattava soltanto della nostra quarta guerra d’indipendenza, ma anche di una guerra civile tra i popoli europei, che si sarebbe rivelata gravida di conseguenze. Il distacco temporale favorisce oggi la ricomprensione storica degli eventi e delle scelte di allora, e l’accantonamento di letture passionali o unilaterali. Non autorizza però l’oblio, men che meno il disprezzo, del sacrificio generoso di quanti combatterono e morirono servendo e amando l’Italia perché fosse una e migliore. La colonna sonora della grande guerra, dal Piave a Montegrappa, dalle Campane di San Giusto ai cori, ora briosi ora malinconici, degli alpini, può forse ancora evocare i sentimenti di quella generazione di italiani, e quelle pagine, sofferte e condivise, della nostra fragile identificazione nazionale. Davvero le ultime del Risorgimento. © RIPRODUZIONE RISERVATA