IComuni della Bassa Lombardia e dell’Emilia furono precursori delle liberalizzazioni e delle leggi antimonopolio, ma non solo: a questa ‘prima fase’ fecero seguire la cosiddetta (oggi di moda) ‘fase B’, quella dello sviluppo. ACremona, ad esempio nel XIII secolo c’erano norme severissime contro i mercanti che facevano cartello o monopolio, ma nello stesso tempo erano previste esenzioni dalle tasse e agevolazioni tributarie. A Bologna addirittura uno statuto comunale colpiva la corporazione dei farmacisti intimando ai ‘capi’ cdi non fissare prezzi prestabiliti «nè di proibire ad alcuno di detta società di accostarsi ai malati ed anche ai sani ai fini di cura». La ‘fase B’ bolognese fu quasi...spettacolare, per attirare i mercanti di tessuti in città la municipalità assicurava: due telai gratis, un muto di 50 lire senza interessi, esenzione dalle tasse per 15 anni, e, circostanza da sottolineare, concedeva immediatamente la cittadinanza bolognese. Ma anche Cremona si difende bene.
Tra il XII e il XIII secolo la città è ricca e potente, dal 1155 operava addirittura una zecca che batteva moneta propria, imercanti cremonesi sono alla conquista dei mercati di mezzo mondo, fanno il benessere della città e lamunicipalità sa come sostenerli (anche perché il gruppo dirigente, in buona parte, apparteneva alla loro classe). Alle corporazioni viene chiesto di fissare per iscritto i loro statuti. Vengono abbassate le tasse, in alcuni casi addirittura abolite. Ma non è solo ‘protezionismo’, i dirigenti cremonesi sanno bene che l’economia di mercato è libertà di iniziativa, di movimento, di concorrenza (sempre nelle regole), per cui i benefici vengono estesi anche ai mercanti che arrivano ‘da fuori’. Viene stipulato un trattato con i ‘mercantati’ francesi, a quelli di Genova viene assicurato un rimborso per i crediti non incassati, vengono stipulati trattati con Pavia e Piacenza. Con Venezia si apre un tavolo che porterà a un accordo per rendere più sicure le strade verso est. Ma non solo, con la signoria dei Visconti i mercanti fiorentini vengono esentati dal pagare i pedaggi se per raggiungere la Francia passano da Cremona, Pizzighettone e Lodi. Il Po ritorna a essere un asse viario fondamentale: la stazione di transito non è più Piacenza, ma Cremona, al suo porto arrivano mercanzie da tutta l’Italia. E per favorire le merci di lusso vengono previste esenzioni doganali, a Cremona e Milano sono dimoda le merci fiorentine. Una politica economica che mantiene Cremona a buoni livelli anche nel XIV secolo, un periodo di crisi, la città non è più la potenza imperiale del secolo precedente, ma con queste misure continua a essere la Capitale del Po, e a mantenere un tenore economico di buon livello. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Fulvio Stumpo
La curiosità
Nel 774, con l’ultimo re Desiderio finisce la dominazione longobarda in Italia. I guerrieri pannonici vengono sconfitti dai franchi di Pipino e di Carlo Magno. Cremona diventa un ducato franco. Ma i nuovi dominatori non hanno una classe dirigente numericamente forte da soppiantare i longobardi: per governare devono appoggiarsi a loro e soprattutto consegnare il potere in mano ai vescovi che lo esercitano appoggiandosi alla dinastia franca. Anche a Cremona avviene questo passaggio, ma le cose stanno per cambiare: vicino a un’aristocrazia antica abbarbicata attorno al palazzo vescovile sta crescendo una borghesia dinamica, mercantile che scalpita per conquistare il potere, o quanto meno di partecipare al controllo della città e dei suoi traffici. Per ben due secoli questo processo si evince dalla documentazione medievale che riportano continue dispute tra mercanti e vescovo per i diritti sul Po, su alcune terre, su alcuni villaggi e le produzioni.