Tra il finire del 1100 e i primi decenni del 1200 l’economia cremonese è in piena crescita. Quando passa dalla città nel 1135 San Bernardo scrive. «L’anima dei Cremonesi è indurita, la prosperità li ha perduti. Disprezzano i Milanesi, e la loro fiducia in se stessi li acceca. Soli i carri e i cavalli li interessano. Hanno deluso le speranze che riponevo in loro e resa vana la pena che mi sono dato». Un giudizio duro, ma desta qualche sospetto: San Bernardo era di parte, nel senso che parteggiava per il vescovo, ormai da secoli nemico di un ceto ‘popolare’ e mercantile che chiedeva a gran voce di poter entrare nelle stanze dei bottoni della città, il populus coincide senza dubbio con gli interessi commerciali del nuovo ceto sociale.
Una vicenda che insanguinò le strade cittadine, e che aveva avuto il culmine con l'assalto al palazzo vescovile. Testimonianza indirette comunque del grado di prosperità economica che aveva raggiunto la città. Tra il XII e il XIII secolo appunto Cremona è un importante crocevia mercantile. La lavorazione della lana e del lino sono fondamentali. Le balle di cotone risalgono il Po, Venezia, Guastalla, il lino arriva dalla direttrice Genova- Piacenza. Il sale viene acquistato dall’Ufficio della Gabella a Venezia. I mercanti cremonesi girano mezzo mondo, ovvero tutta l’Europa, sono abituali clienti dei famosissimi mercati francesi, soprattutto quella della Champagne. Secondo le ricerche di Lorenzo Astegiano alcuni cremonesi anzi si sposano con donne francesi (una circostanza non rara all’epoca, basti pensare alla mamma di san Francesco, molto probabilmente anche lei francese). Di contro sono attestati in città fondachi di mercanti veneziani, pisani, senesi, e anche francesi, particolarmente di Montepellier. La città cresce a vista d’occhio, già sul finire del 1100 le mura cittadine sono superate dalle case, la popolazione, si attesta tra i 40 e i 35mila abitanti, una cifra per l’epoca esorbitante. E tutta questa gente deve mangiare, vestirsi, in poche parole ha bisogno di quelle merci che servono per vivere.Unproblema che il Comune si pone giornalmente, e lo risolve con acquisizioni di merce da altri stati e comuni italiani, anzi in municipio viene creato un ufficio apposito, una sorta di ministero del commercio estero. In città sono operative numerose botteghe, nulla a che vedere con i negozi moderni comunque. Di solito facevano parte della stessa casa del mercante. Alcuni documenti riportano i contratti di affitto degli immobili tra i proprietari e gli artigiani-mercanti. Queste antiche carte li collocano in vicolo Pertusio, e vicine, addossate alla cattedrale.
La curiosità
Una produzione tipica cremonese è il fustagno, che veniva chiamato il ’pignolato’, il cotone arrivava dai mercati orientali e dal Meridione d'Italia. La sua produzione arrivò ben presto ad essere esportata in mezza Europa. Le pezze cremonesi sono presenti in tutti i principali mercati europei e in pratica fino alla fine del '500 non si è mai arrestata. Si vendevano i fustagni di Cremona ad Avignone e in tutta la Provenza, ma non solo: i prodotti locali erano ambiti anche in Polonia, Ungheria, Romania. Nel 1400 venivano prodotte in città qualcosa come 100mila pezze di fustagno e molte di queste finivano sui mercati veneziani. Sul finire del 1500 la produzione era calata a 60 mila, ma i lavoratori del settore erano quasi il 40 per cento della forza lavoro della città, i più numerosi. Una classe ben presto si affaccerà anche sulla scena politica cremonese.