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Il dramma degli armeni. Perseguitati da secoli e costretti a una diaspora senza fine


di Gianpiero Goffi
Degli armeni i media hanno parlato nei giorni scorsi a proposito della legge anti-negazionista approvata in Francia. Il professor Giuseppe Taraschi, «colonna della psichiatria cremonese» —come ha detto, introducendolo, il presidente del Rotary club Cremona Giuseppe Bufano— e appassionato studioso non solo nel campo della medicina, ne ha proposto la storia complessa e dolorosa in un recente incontro del sodalizio a Palazzo Trecchi. L’odierna Repubblica d’Armenia con capitale Yerevan, nata dal dissolvimento dell’Urss — ha premesso — rappresenta solo un quinto dell’antico territorio armeno. Fonti greche e assire testimoniano fin dal 3000 avanti Cristo la presenza degli armeni in Anatolia. Dall’ 800 al 600 si costituirono nel Regno di Urartu; dal 600 al 200 avanti Cristo regnò la dinastia degli Orontidi, ai quali subentrarono gli Artassidi che segnarono il periodo di maggiore potenza politica dell’Armenia. Nel 95 avanti Cristo fu fondato il primo Impero armeno sotto Tigrane il Grande. Nel 63 l’Armenia divenne protettorato romano, pur conservando una dinastia nazionale, quella degli Arsacidi. Data fondamentale della storia armena è il 301 dopo Cristo. La tradizione vuole che in Armenia abbiano predicato gli apostoli Giuda Taddeo e Bartolomeo. Ma il vero fondatore del cristianesimo armeno fu San Gregorio l’Illuminatore (257-337) che convertì il re Tiridate III e la sua corte. Ancor prima che in Occidente fosse emanato l’editto di Costantino (313) che riconosceva la libertà religiosa ai cristiani, in Armenia il cristianesimo diventava religione di Stato.

Oggi la maggior parte dei cristiani armeni appartiene alla Chiesa apostolica (di origine monofisita) che fa capo al katholicos (patriarca supremo) Karekin II di Etchmiadzin; esistono anche comunità cattoliche e protestanti. Il V secolo vede l’invenzione dell’alfabeto armeno ma anche la battaglia di Avaray (451) tra armeni e persiani e, nel 485, il riconoscimento agli armeni della libertà di culto. Nel VII secolo si ha l’invasione araba e l’Armenia diventa teatro di scontri fra arabi e bizantini. Nei due secoli successivi l’Armenia è sotto la dinastia dei Bagratidi con capitale Anì. E’ il periodo di massima fioritura culturale e di ritorno dell’impero armeno all’indipendenza, che durerà fino al 1045. Contesa fra bizantini e musulmani, l’Armenia fu invasa dai turchi selgiuchidi e poi dai mongoli. Il re di Armenia si rifugiò in Cilicia dove venne fondata «la piccola Armenia » con capitale Sis, che durò fino al 1375. Il passaggio alla dinastia francese dei Lusignani di Cipro ne segnò la decadenza, fino alla resa ai Mamelucchi d’Egitto. Nel XV secolo, dopo la conquista di Costantinopoli da parte di MehmedII, anche l’Armenia fu invasa ed entrò a far parte dell’Impero ottomano. La parte orientale fu però ceduta alla Persia nel 1502. Gli armeni riuscirono ad ottenere una certa integrazione nell’Impero ottomano conservando le proprie tradizioni religiose e culturali. Tuttavia, tra Sei e Settecento, ci furono tentativi di ottenere aiuti dalle potenze europee per essere liberati dal dominio turco: lo zar Pietro il Grande dichiarò la guerra al sultano, ma non la portò a termine. Gli ultimi due secoli hanno accompagnato il travaglio del popolo armeno. Nel 1821, con l’indipendenza della Grecia, incominciano la decadenza e lo smembramento dell’Impero ottomano, che proseguirà con le guerre balcaniche. Nel 1828 l’Armenia orientale, fino ad allora persiana, è occupata dai russi. Si ricomincia a parlare di una questione armena e di una possibile indipendenza.

Ma al Congresso di Berlino del 1878 il primoministro britannico Benjamin Disraeli si dice favorevole solo alla tutela dei diritti dei singoli armeni, non alla nascita di un loro Stato. Il sultano Abdul Hamid, temendo una futura ingerenza europea nella questione armena, ordinò nel 1894-96 il primo massacro degli armeni (ne furono uccisi fra i 200 e i 300mila). Andò peggio con l’arrivo al potere dei ‘Giovani Turchi’ che, presentandosi come laici e liberali, avevano inizialmente ottenuto il favore degli armeni. In realtà la loro ideologia era il panturchismo che al nazionalismo univa elementi di origine socialista e marxista. In nome dell’eguaglianza tutti dovevano essere turchi e musulmani. La minoranza curda era abbastanza facilmente assimilabile, non così gli armeni, fieri difensori della propria identità cristiana. Nel 1915 iniziò il genocidio, ricordato dagli armeni come il ‘Metz Yeghern’ («Il Grande male»). Per primi furono eliminati gli intellettuali; poi, con lo scoppio della prima guerra mondiale furono arruolati e mandati a morte gli uomini armeni fra i 18 e i 60 anni; infine vennero sterminati donne, bambini e vecchi. In tutta l’operazione—mascherata come spostamento di persone dalle zone di guerra—furono circa due milioni le persone barbaramente uccise. Nel 1918, al ritiro della Russia dalla guerra, l’Armenia russa dichiarò la propria indipendenza. Nel 1920 il trattato di Sèvres riconobbe la Repubblica armena, ma poco dopo turchi e sovietici la attaccarono e se la divisero. Per il ritorno dell’indipendenza bisognerà arrivare al crollo dell’Unione sovietica. Il professor Taraschi si è anche soffermato sulle diverse iniziative contro il negazionismo del genocidio armeno (alle quali la Turchia continua a reagire con minacce di ritorsioni economiche) e sulla presenza degli armeni, a seguito della diaspora, anche in Italia. Celebre il monastero e centro culturale degli armeni mechitaristi sull’isola di San Lazzaro a Venezia; o la chiesa di San Gregorio Armeno a Napoli. La cultura armena è presente in Italia anche con cattedre universitarie a Bologna e a Venezia, e un lettore a Milano. Diversi armeni sono divenuti famosi in Italia: tra gli altri il chimico e senatore Ciamician, il cardinale Pietro Gregorio Agagianian, il pittore Gregorio Sciltian; medici illustri come gli Arslan e la scrittrice e docente universitaria Antonia Arslan; l’attrice Laura Efrikian. Il relatore ha ricordato in conclusione quello che disse Hitler ai suoi ufficiali annunciando l’avvio dello sterminio degli ebrei: «Chi parla ancora del massacro degli armeni?». Se ci fosse stata una risposta a questa domanda, all’inizio del XX secolo— questo il monito conclusivo — probabilmente non avremmo dovuto assistere, a metà secolo, ad un altro crimine contro l’umanità. © RIPRODUZIONE RISERVATA