di Fulvio Stumpo
Dante Alighieri cerca di ‘salvare’ Pier delle Vigne dall’accusa di tradimento, lo fa parlare all’Inferno, gli fa giurare che mai ha tradito Federico II e lo colloca tra i sucidi e non tra i traditori.Ma su un altro personaggio ‘cremonese’ il divino poeta nulla può fare, e condanna Ezzelino da Romano nei ‘violenti contro il prossimo. Ezzelino III da Romano infatti fu un tiranno crudelissimo e sanguinario, certo descritto con queste caratteristiche soprattutto da cronisti e storici pagati dai pontefici medievali, di cui Ezzelino era fiero nemico,mala sua fama era tutt’altro che immeritata: ancora oggi nella marca trevigiana di cui era signore, e nella stessa Soncino dove è morto circolano leggende. Si racconta di migliaia di prigionieri massacrati senza ragione, di fanciulli torturati e accecati, di mega prigioni dove venivano accatastati migliaia di nemici. Dante, dunque, non potè fare altro che condannarlo all’Inferno nei ‘violenti contro il prossimo’, nel canto XII, nel Primo Girone del Settimo Cerchio: Ezzelino sconta i suoi peccati immerso nel sangue bollente.
Il centauro Nesso lo indica a Dante con i versi: «E quella fronte c’ha ’l pel così nero è Azzolino». Una descrizione che lo rende ancora più fosco. La sua storia si intreccia con due grandi cremonesi: Buoso da Dovara e Oberto Pallavicino. I due erano ghibellini scomunicati, ma per una serie di alleanze si ritrovarono a combattere per i guelfi. La battaglia decisiva si combatte a Cassano d’Adda alla fine di agosto del 1259. «Ezzelino cerca di prendere Milano ma non ci riesce, torna indietro cerca di superare l’Adda ma tutti i guadi e i passi sono bloccati dalle forze nemiche, potrebbe ritirarsi, come gli suggeriscono i suoi consiglieri, ma non è da Ezzelino che ingaggia la lotta. Lo scontro è lungo e sanguinoso, il ‘tiranno’ viene sconfitto, ferito e in catene viene preso in custodia proprio dai cremonesi Buoso e Oberto». I due (della stessa pasta di Ezzelino) lo trattano con rispetto, lo fanno curare dalle ferite e lo imprigionano nella rocca di Soncino. La leggenda però racconta un’altra storia: Ezzelino è furibondo per la sconfitta, rifiuta il cibo e nella notte si apre con le sue stesse mani le ferite per morire. Suicidio? Non è chiaro. Sta di fatto che Dante non lo pone tra i suicidi ma tra i violenti. Buoso e Oberto lo fanno seppellire a Soncino: «Ma senza alcun rito religioso, in un luogo non consacrato; un luogo che, trattandosi di un uomo pericoloso, fu tenuto segreto e segreto rimase nei secoli: nessuno ne ha più trovato traccia. Ma tutto ciò è soltanto leggenda, anzi ‘leggenda nera’. Ai vincitori non parve vero di poter consegnare ai posteri l’immagine di un uomo sconfitto e disperato, che pone fine alla sua vita dilaniando le proprie carni come un cane rabbioso che lancia, da eretico pertinace, la sua ultima sfida a Dio».
La curiosità
I Da Romano erano, probabilmente di origine tedesca ed erano arrivati in Italia tra il 900 e il 1000, il loro feudo era la marca trevigiana ma ben presto conquistarono altri territori, Belluno, Vicenza, Verona, Bassano, Padova e Brescia, fu anche podestà di Verona, Ezzelino si dimostrò subito un condottiero crudele. Fu un sanguigno uomo di parte, utilizzò la sua intelligenza e la sua forza per un solo scopo: ingrandire i suoi possedimenti. Abbracciò la causa di Federico II, di cui sposò la figlia Selvaggia, l’imperatore lo nominò vicario imperiale per la Lombardia. E fu proprio dopo la vittoria di Cortenuova, dove i fanti cremonesi si coprirono di gloria che Federico II lo fece sposare con Selvaggia, che morì giovanissima. Ezzelino III in seguito si risposò altre due volte.