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Il contributo cremonese alle lotte risorgimentali


di Fulvio Stumpo
Nel pomeriggio del 19 marzo del 1848 arriva a Cremona, portata da un cavallaro, la notizia che Milano è insorta. Subito in piazza del Comune si riversa una folla che inneggia a l’Italia unita e grida ‘viva Milano’. Un giovane, tale Giovanni Bergonzi, corre per le strade della città sventolando un Tricolore e gridando viva l’Italia.


Dopo l’uragano napoleonico il Congresso di Vienna tenta di riportare l’Europa alla normalità, ma tutto si rivela inutile. A Cremona (la provincia contava circa 150mila abitanti) viene insediata una classe dirigente molto moderata, che sembra avere un solo obiettivo: mantenere sotto controllo ogni possibile ‘deriva rivoluzionaria’. Ma nulla può fare contro gli aneliti di libertà e di indipendenza. Ai moti del ’20 e del ’21, a quelli degli anni ’30 e soprattutto alle insurrezioni del ’48 i cremonesi partecipano numerosi e anche Cremona dà il suo contributo, il fior fiore degli uomini di pensiero della città hanno conosciuto l’esilio o le carceri austriache. Secondo alcune fonti furono quasi 100 i cremonesi condannati o costretti all’esilio dal governo asburgico, che nelle terre occupate si è sempre distinto per l’efficienza del suo apparato poliziesco. Tra i condannati spiccano nomi di rilievo, ai quali sono intitolate numerose vie cittadine. Ferrante Aporti, sacerdote, e fondatore degli asili, fuggì dopo i moti del ’48, e morì in esilio a Torino, nonostante, nel 1949 fu amnistiato. Il marchese Pietro Araldi Erizzo fu rovinato dal governo austriaco che lo multò di ben 300 mila lire, una cifra esorbitante per l’epoca. E senza occupazione, fu licenziato dagli austriaci, restò anche Eugenio Beltrami, figlio del pittore. Anche Gaetano Tibaldi ebbe problemi di lavoro: gli fu negata infatti l’autorizzazione di esercitare la professione di avvocato.


Più volte arrestato Tibaldi riparò in Francia, ma fu espulso in seguito all’attentato di Giuseppe Orsini contro Napoleone III. Rientrò a Cremona nel 1857 dopo un’amnistia. Un’abile difesa evitò invece al medico Francesco Robolotti (fondamentale le sue ricerche storiche su Cremona e provincia) la condanna allo Spielberg, il carcere dove furono rinchiusi Pietro Maroncelli e Silvio Pellico. Andò male invece al marchese Cesare Stampa di Soncino: dopo i moti del ’48 finì in carcere e poi fu deportato nel castello di Lubiana. Dopo otto mesi di carcere fu rilasciato Costantino Soldi, sacerdote e filantropo: se la cavò per intercessione di un amico comune presso il maresciallo Radetsky, plenipotenziario asburgico nel Lombardo-Veneto. Il barone Sigismondo Trecchi scampò alla morte ‘per mancanza di prove’. Il nobile cremonese infatti fu coinvolto negli stessi moti del ’21 che videro protagonisti il marchese Confalonieri e altri patrioti milanesi, condannati appunto a morte. Anche due donne furono condannate: Ernesta e Silene Galli. La prima, una cantante, dovette subire l’umiliazione di essere bastonata nel castello Sforzesco, la seconda invece, di appena 16 anni, fu scarcerata per mancanza di indizi. La storia però non si ferma: le tre Guerre di Indipendenza, alle partecipano tantissimi cremonesi, ‘cacciano’ gli austriaci e spazzano via gli stati fantoccio, l’Italia è unita.