di Gianpiero Goffi
Fra i vinti del Risorgimento italiano non vanno annoverati soltanto gli Asburgo e i Borboni regnanti negli Stati pre-unitari, o i fautori del potere temporale pontificio. Su un versante idealmente opposto, quantunque possibilista nei confronti del modello plurinazionale dell’Impero austriaco, si può incontrare Carlo Cattaneo (Parabiago milanese, 15 giugno 1801 - Castagnola di Lugano, 6 febbraio 1869) al quale le reviviscenze federaliste hanno ridato fama, nell’ultimo ventennio, oltre la cerchia degli studiosi del suo pensiero.
Fautore del progresso civile e scientifico, cultore di storia naturale, fondatore della rivista Il Politecnico nel 1839, Cattaneo fu un protagonista delle Cinque giornate di Milano e ne rese testimonianza nell’opera dell’anno successivo: Dell’insurrezione di Milano nel 1848. Erede dell’illuminismo lombardo, liberale radicale, propugnatore di un laicismo che tuttavia non disconosceva la funzione storica della religione, repubblicano intransigente più di Giuseppe Mazzini, egli vedeva nel federalismo la traduzione politica del binomio varietà-progresso e il modello costituzionale più rispettoso delle diverse tradizioni regionali e municipali italiane. E’ significativo il titolo da lui dato al volume pubblicato nel 1858: La città considerata come principio ideale delle istorie italiane. Durante le Cinque giornate, Cattaneo e gli uomini a lui più vicini, come Enrico Cernuschi, si erano vivacemente opposti ai liberali moderati e monarchici che a Milano facevano capo al podestà Gabrio Casati e che invocavano l’intervento in Lombardia del re Carlo Alberto di Savoia, come poi avvenne con la prima guerra d’indipendenza, cui seguirà, nonostante le sconfitte militari di Custoza e di Novara, l’affermazione della monarchia piemontese quale forza aggregante del processo risorgimentale. Il valore intellettuale di Cattaneo, tuttavia, era riconosciuto anche da avversari politici. Il 10 marzo 1860, sul Corriere cremonese, il direttore Fulvio Cazzaniga ammetteva che Cattaneo non aveva torto nel sostenere che in Italia «la confederazione, il mosaico, il multicolore, la separazione è nella natura» e però aggiungeva di preferirgli il barone toscano Bettino Ricasoli (che sarà il primo successore di Cavour) che non aveva «reticenze nell’annessione, non si guarda indietro per procedere nell’avvenire, e per rifare l’Italia non s’ispira alla storia di Casa Medici».
Ma sei giorni dopo, in polemica con il giornale milanese conservatore La Perseveranza, lo stesso Cazzaniga incoraggiava la candidatura di Cattaneo alla Camera dei deputati, presentandolo quale «celebre pubblicista, lombardo puro sangue, italiano per la vita, splendido ed enciclopedico scrittore, mente positiva, carattere di ferro, temperamento sanguigno-bilioso». «Il primo parlamento italico — scriveva Cazzaniga — deve essere l’eletta della Nazione, e Carlo Cattaneo non può, non deve mancarvi». Egli non nascondeva l’auspicio che «il dialogo perpetuo e perpetuamente contraddittorio» di un’assemblea parlamentare sarebbe riuscito a portare Cattaneo «dalla meditazione all’azione». In tal modo, anziché farne «una vittima repubblicana», il nuovo Stato unitario avrebbe potuto «forse quanto prima guadagnarsi da avverso che gli è un fedele alleato, un sagace legislatore, e farne un dì non lontano un ottimo ministro del Re d’Italia». Ma Cattaneo non era uomo di adattamenti o mediazioni, e le speranze di Cazzaniga andarono deluse. Una volta proclamato il Regno d’Italia, nel marzo 1861, Cattaneo avrebbe rifiutato l’elezione a deputato per non dover prestare giuramento di fedeltà al sovrano, ritirandosi, esule volontario, nel Canton Ticino.
©RIPRODUZIONE RISERVATA