Litografia acquerellata. Collezione del museo civico Ala Ponzone
di Gianpiero Goffi
Centocinquant’anni fa, il 17 marzo 1861, Vittorio Emanuele II firmava la legge con la quale, accogliendo i voti del primo Parlamento italiano riunito a Torino, assumeva per sé e per i suoi successori il titolo di re d’Italia. Nasceva così lo Stato nazionale unitario. Vittorio Emanuele continuò a chiamarsi II seguendo la numerazione dinastica e suscitando le proteste dei democratici che avrebbero voluto si numerasse I in quanto re d’Italia.
Si disse sovrano «per grazia di Dio e per volontà della nazione», unendo il titolo di legittimazione tradizionale a quello costituzionale delle monarchie che, in Europa, dopo la bufera della Rivoluzione francese, avevano accettato di ‘limitarsi’ e rinnovarsi, sul consolidato esempio del sistema britannico. Vittorio Emanuele, nato nel 1820, primogenito di Carlo Alberto di Savoia-Carignano e di Maria Teresa, un’Asburgo-Lorena di Toscana, non nutriva particolari propensioni liberali e aveva considerato una debolezza la concessione dello Statuto da parte del padre, nel marzo 1848. A Carlo Alberto assomigliava poco, nel fisico e nel temperamento. Non ne condivideva l’amore per gli studi, i dubbi amletici, le crisi di coscienza e la religiosità scrupolosa, tendente al misticismo. Era un uomo piuttosto rozzo e impulsivo, coraggioso in battaglia, amava la caccia, le donne, i cavalli, e la vita semplice dei montanari assai più delle cerimonie di corte. Nel suo carattere convivevano una certa introversione, «vanterie e passione di popolarità» (Fogazzaro). Non brillò, è noto, per fedeltà coniugale alla pia e mite Maria Adelaide (morta nel 1855) e, quanto alla religione, temeva, per i suoi peccati — ai quali si aggiunsero la progressiva laicizzazione e le annessioni, fino alla presa di Roma del 1870, che gli attirarono le scomuniche papali — di finire all’inferno. I rapporti di Vittorio Emanuele II con Pio IX, pur nell’asprezza lacerante del dissidio fra Stato e Chiesa, rimasero improntati a reciproca benevolenza, come fu evidente alla morte del sovrano con i conforti religiosi (9 gennaio 1878), seguita, il mese dopo, da quella del Papa. Nella linea di Casa Savoia, Vittorio Emanuele II era geloso dell’indipendenza dello Stato e della sua tradizione e organizzazione militare.
Politicamente ambizioso, si rendeva conto che il dominio austriaco sulla Penisola costituiva il più grosso ostacolo al conseguimento degli obiettivi italiani della dinastia. I quali comportavano responsabilità e rischi — sintetizzati nella frase «O re d’Italia, o monsù Savoia» — che egli decise di assumersi. Vittorio Emanuele fu sui campi delle guerre d’indipendenza e all’indomani della disfatta di Novara, il 23 marzo 1849, raccolse, in un frangente drammatico, l’eredità del padre abdicatario. Dovette trattare a Vignale la resa con il maresciallo Johann Radetzky. Su quel colloquio sono circolate diverse versioni, alcune concorrenti alla creazione del mito, altre più prosaiche. Di fatto il giovane Re dette prova di una certa abilità diplomatica, riuscendo ad attenuare le condizioni dettate dall’Austria e a salvaguardare i confini piemontesi. Ritornato a Torino, difese lealmente lo Statuto, meritandosi da Massimo D’Azeglio l’appellativo di «Re galantuomo» e resistendo tanto ai conservatori che sognavano un ritorno all’antico regime, quanto ai democratici che spingevano per una ripresa immediata della guerra. Con il proclama di Moncalieri, una forzatura sotto il profilo costituzionale, ottenne l’elezione di una Camera disposta a ratificare il trattato di pace. E il Piemonte, unico ad avere conservato le libertà statutarie, divenne punto di riferimento e terra d’asilo per patrioti di tutta la Penisola e sede del primo Parlamento nazionale.
E’ del 1852 l’arrivo alla presidenza del Consiglio del conte Camillo Benso di Cavour già ministro con D’Azeglio. Le relazioni fra il sovrano e il conte non furono di reciproca simpatia, e Vittorio Emanuele tenne sempre a perseguireuna politica personale parallela rispetto a quella del ministero, ad esempio nei confronti di Giuseppe Garibaldi con il quale, sul piano umano, vi era maggiore affinità. Il Re non volle poi rinunciare alle prerogative nella politica estera e militare, come dimostrò dopo l’armistizio di Villafranca (seconda guerra d’indipendenza, 1859), rivelando realismo e accortezza (non poteva, il Piemonte, proseguire da solo la guerra) mentre in Cavour prevaleva lo sdegno per il ‘tradimento’ di Napoleone III. Ma al di là di ogni incomprensione, gli obiettivi di Vittorio Emanuele II e del suo primo ministro (la guida del processo di unificazione, sostenuta dalle potenze europee amiche della causa italiana) furono convergenti, e il sovrano non mancò di riconoscere i meriti di Cavour. A Regno d’Italia proclamato, Vittorio Emanuele II, salutato come «Padre della Patria», divenne un simbolo vivente del Risorgimento e contribuì «all’accreditamento nazional-popolare della Casa sabauda» (Giulia Guazzaloca). Sarebbe ingiusto non riconoscere che, senza la sua determinazione, lo Stato italiano semplicemente non sarebbe nato. Questo ci pare anche il senso dell’omaggio che il presidente Giorgio Napolitano renderà oggi alla sua tomba, nel Pantheon di Roma.
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