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I territori ‘senza luogo’ del Cremonese


Tra l’VIII e il XII secolo il territorio cremonese è costellato da 187 località, tra cui villaggi, paesi, frazioni, sperduti gruppi di casupole. Buona parte di questi insediamenti seguivano (e naturalmente lo fanno ancora) le grandi direttrici viarie romane, molte erano dei ‘vici’, piccoli villaggi romani (come testimonia l’etimologia di Vicobellignano, Vidiceto, Vicoboneghisio). Dalle antiche carte emergono nomi facilmente individuabili, che ricalcano quelli attuali, ma tra i 187 nomi quasi una quarantina non si sa dove erano, o meglio dove individuarli. Tra questi Brisivula, Casal Bertori, Casirano, Curia Butilani, Tecledo, Vallianum, Suturicle e tanti altri. Nomi che emergono dai documenti medievali misteriosamente, e gli storici, anche quelli che hanno avuto modo di consultare documenti più antichi, non sono mai riusciti a individuarne il sito, ci prova il professor Ugo Gualazzini, ma anche il grande storico del cremonese dovette arrendersi di fronte all’impossibilità di...decifrare le antiche carte.

Eppure, sta proprio qui il bello del mistero, da qualche parte, nella nostra provincia, ci sono ancora, in incognito. I documenti medievali sono invece più chiari per quanto riguarda le località e le coltivazioni. Su quasi 190 luoghi citati le carte svelano anche il tipo di coltivazione che li caratterizzava. E si scopre ad esempio che la vite era molto diffusa. I siti ‘vidati’, coltivati a vite, sono infatti più di 60. In quasi 90 località si coltivavano cereali (in questo caso vengono definite ‘terre aratorie’). Le superfici dedicate ai pascoli e ai prati sono, almeno secondo i documenti compresi nei secoli VIII-XII, una cinquantina. Un mondo agricolo complesso, così come lo erano i vari contratti che legavano i contadini e gli agricoltori alla terra: una miriade di sistemi. Da ultimo erano citate le aree boschive. Carla Bertinelli Spotti ne conta 77 e ne individua alcune famose: Barbadisca a Camisano, la Auzea era a cavallo tra il territorio di Crotta, Acquanegra e Sesto, la Gambina tra Pieve d’Olmi e il Po. In tante località del Cremonese la presenza di boschi la si trova ancora nella loro toponomastica, così come si trova traccia di acqua. Le località nelle quali è indicata l’acqua sono circa 80, in 52 di queste ‘l’acqua è corrente’, 29 invece sono stagni e paludi. Spesso queste acque sono utilizzate per difendere un palazzo, o un castello, le mose, tanto per ricordare un toponimo molto comune. Infine le antiche carte censivano, o meglio citavano, anche i mulini e le peschiere. Bertinelli Spotti conta 21 peschiere (una sorta di allevamento di peschi) e 23 mulini.
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La curiosità
Strabone scrive anche delle popolazioni che abitavano nella pianura padana. «Anticamente, dunque, la regione intorno al Po era abitata per la maggior parte dai Celti. Le stirpi più importanti fra i Celti erano quella dei Boi e degli Insubri e, inoltre, di quei Senoni che con i Gesati avevano occupato al primo assalto la città dei romani (la presa di Roma da parte di Brenno e dei suoi Galli intorno al 400 avanti Cristo, ndr). Questi popoli furono poi completamente distrutti dai romani e i Boi furono cacciati dalle loro sedi. Essi andarono a insediarsi nelle regioni dell’Istro (l’attuale Danubio, ndr). E qui abitarono insieme con i Taurisci...Gli Insubri, invece, ci sono ancora oggi. Essi avevano come metropoli Mediolanum (Milano), che anticamente era un villaggio...ora invece è una città importante, al di là del Po, quasi ai piedi delle Alpi...». Popoli dunque sconfitti dai romani, ma che ben presto entrano a pieno titolo nella romanità, tanto da dare i natali a un’originale e soprattutto dinamica civiltà che vedeva fusi in un solo popolo vinti e vincitori.