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I cremonesi e le tasse


Le tasse, eterna questione fin dal Medioevo: e di tasse si poteva morire, anche se si era potenti come Pier delle Vigne, ovvero Pietro de Vinea da Capua, uno dei maggiori intellettuali del Medioevo e principale consigliere eministro di Federico II. La fase calante del ‘protonotaro’ dell’impero iniziano a Cremona. Nel 1249 Federico II viene sconfitto dai parmigiani aVittoria. I Comuni si ribellano e deve mantenere continuamente uno stato di guerra. Sospetta di tutti e di tutto, tanto da dare credito a una congiura capeggiata da Pier delle Vigne e dal papa: l’imperatore dà l’ordine di arrestarlo. Pier delle Vigne è a Cremona, le guardie imperiali lo arrestano, nel palazzo dell’imperatore, di quale non si sa. Potrebbe essere in quello ‘novo’, l’attuale Comune, o forse a San Lorenzo o ancora a Sant’Agata, dove il ‘protonotaro’ e logoteta di Sicilia si trovava in quel momento e dove probabilmente aveva i suoi uffici.

I Cremonesi, fedeli all’imperatore, ma forse più arrabbiati perchè Pier delle Vigne ha alzato le tasse, vorrebbero linciarlo e consegnare la testa all’imperatore. Il ministro rischia, Cremona è in tumulto, vorrebbe fare giustizia sommaria. Mal’imperatore vuole un processo che sia di esempio e fa trasferire Pier delle Vigne a Borgo San Donnino, l’attuale Fidenza e poi a San Miniato, nell’alta Toscana. I giudici lo riconoscono colpevole. Il logoteta di Sicilia viene legato a una colonna. Pier delle Vigne non aspetta il boia: si suicida fracassandosi la testa contro il pilastro. Pier era colpevole? Molto probabilmente no (come lui stesso dice a Dante nel suo viaggio infernale).Ma la gioia dei Cremonesi è sospetta. Ed ecco dunque le tasse. Alcuni storici sostengono che la politica economica di Pier delle Vigne era invisa alle città del nord, anche perchè il sospetto che il consigliere facesse sparire ingenti somme nelle sue casse personali era più che fondato. Del resto intascare prebende per concessioni che spesso facevano la fortuna di intere casate era quasi normale. ‘Normale’ fino a quando Federico II non ebbe disperato bisogno di soldi: allora in questi frangenti anche quello che era considerato la consuetudine può diventare tradimento. La fine di Pier delle Vigne è trattata da Dante nella Divina Commedia (vedi box) e tenta di salvare Pier delle Vigne e infatti non lo colloca nel cerchio dei traditori ma il quello dei suicidi. Del resto il protonotaro non meritava un brutto trattamento: era stato uno dei maggiori artefici della fortuna di Federico II e della sua casata.


La curiosità

Dante ‘salva’ Pier delle Vigne dall’ac cusa di tradimento, ma non può fare ameno di collocarlo all’Inferno. Gli evita il disonorevole XXII cerchio, quello dei traditori, e lo mette tra i ‘violenti contro se stessi’, i suicidi (Canto XIII). Ma non solo, il grande poeta gli dà la parola e gli permette di autoassolversi. I suicidi scontano la loro pena trasformati in pianta. Dante sente dei lamentima non sa da dove arrivino e allora Virgilio lo invita a spezzare un ramoper capire il mistero. Il poeta fiorentino lo fa e la pianta parla chiedendo: «perchè mi schiante?», la pianta poi spiega della trasformazione e Dante vuol sapere di chi è l’anima racchiusa nel cespuglio, è Virgilio a chiederglielo. Ed ecco la risposta di Pier delle Vigne: «Io son colui che tenne ambo le chiavi del cor di Federigo, e che le volsi, serrando e disserrando, sì soavi che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi, fede portai al glorioso offizio...per le nove radici d’esto legno vi giuro che già mai ruppi fede al mio segnor, che fu d’onor si degno»...