di Fulvio Stumpo
Oltre che a grandi mercanti e soldati i cremonesi medievali erano anche ottimi... economisti che avevano capito ben 700 anni fa che il monopolio, il ‘cartello’, non conviene a nessuno e anzi deprime e diminuisce la qualità del mercato e dei prodotti: i prezzi bloccati non invogliano a comprare e dunque anche chi fa cartello ne risente, l’economia ristagna e il mercato si deprime in mancanza di scelta, vale a dire di concorrenza. Ma non solo, alcuni regolamenti liberalizzavano le professioni, si poteva esercitare un mestiere senza fare parte necessariamente della corporazione. Leggi modernissime (se si considera che ancora oggi si discute sulle liberalizzazioni delle professioni e sulle tariffe da applicare). Leggi che derivavano da una lunga esperienza commerciale: nel 1300 i cremonesi avevano già conquistato i mercati europei, loro ‘mercatanti’ erano i protagonisti delle fiere delle Fiandre o di quella di Champagne.Unprodotto pregiato come il fustagno di Cremona arrivava in tutta l’Europa. Ma stava succedendo qualcosa che avrebbe cambiato le sorti della città.
All’inizio del 1300 la città contava 45mila abitanti, per il Medioevo una metropoli (Roma ne contava 30mila, Milano 120mila, Napoli 33mila, Parigi 100mila e Londra sul finire del 1300 appena 35mila), ma iniziava la grande crisi che avrebbe portato alle carestie e alle pestilenze del 1347-48 e i dati fanno capire che rispetto al secolo d’oro, il 1200, la città entra in recessione. E il Comune di Cremona era stato lungimirante, aveva avvertito i primi segnali con un abbassamento dei consumi e una recessione latente, tanto che un cronista del ‘300 scriveva: «Cremona fu già una città d’Italia potentissima e famosissima. Ora non so cosa sia diventata ». Ebbene, come si diceva, i cremonesi avevano capito tutto con largo anticipo già dalla fine del XIV secolo ed erano corsi ai ripari. In uno statuto comunale del 1299 infatti si legge che: «Verranno comminate gravi sanzioni a qualsiasi persona, collegio o associazione che stabilisca o negozi un monopolio nella città o nella regione». In poche parole le corporazioni dei mercanti, che in città erano tante e potenti, non potevano mettersi d’accordo e stabilire, o bloccare, i prezzi, oppure distribuire le merci in modo da far mantenere i prezzi sempre gli stessi. E quando i costi delle merci erano bloccati solitamente erano sempre alti, con grave danno delle classi e dei ceti più poveri.
La curiosità
I primi documenti che regolamentano il mercato di Cremona risalgono al 1200, ma in realtà c’è sempre stato, fin dai tempi dei Romani e si teneva nel Foro. Si trattava un mercato misto: gli ‘ambulanti’ vendevano i prodotti del contado, le poche botteghe, attigue alle case, i prodotti artigianali. Inoltre nelle città più mercati specialistici: quello della carne, del pesce, delle erbe, dei tessuti. E questo valeva anche per Cremona: per comprare le verdure bisognava andare a fare spesa in piazza della Pace (antica piazza delle Erbe), per acquistare il pesce o il sale in piazza Sant’Antonio Maria Zaccaria (piazza del pesce), le stoffe in via Mercatello, le armi e gli utensili in ferro in corso Campi (contrada degli Armaioli), la carne al foro boario, dalle parti di Viale Trento e Trieste, a porta Mosa si compravano e si vendevano maiali e altri tipi di animali. Non esisteva dunque un mercato unico. La necessità quotidiana di mangiare e di vivere faceva sì che gli uomini si ingegnassero, che le città si organizzassero, poi, è chiaro, c’erano città che si ingegnavano meglio, e Cremona sicuramente era tra queste.