di Fulvio Stumpo
I Comuni cremonesi che hanno rischiato di essere cancellati con la manovra del governo, quelli al di sotto dei mille abitanti, sono 32. Paesi che conservano gelosamente quello che rimane della cremonesità, comuni che hanno il compito di mantenere quelle radici che si stanno dissolvendo e con esse il rispetto delle culture antiche, l’amore per le proprie tradizioni, un processo culturale che permette di rispettare anche quelle degli altri. Il decreto è stato ritirato, ma che rischio per questi paesi, spesso da ‘Rio Bo’, incastonati nella storia provinciale come piccoli cammei: tanti di loro, anzi quasi tutti, hanno una storia millenaria, sono citati e stracitati nelle carte medievali, senza contare i ritrovamenti archeologici che fanno risalire alla Preistoria o a Roma la loro nascita. Centri che ancora oggi si raccolgono attorno a una pieve, una roggia, poche cascine.
Ordinati, puliti, dove si parla un dialetto tipico, che varia da chilometro a chilometro, dove perfino i tortelli o la ricetta dei bolliti sono diversi, dove ancora una commedia all’oratorio fa divertire, un festival canoro di artisti locali divide, dove si fa cultura, dove decine di ricercatori locali cercano, scavano, trovano e fissano la storia del paese fin nei minimi particolari. Non realtà fisse e immutabili, ci mancherebbe altro, ma che riescono a coniugare la modernità con un che di amarcord ancora valido. Eppure questa nobiltà d’origine non è bastata a fermare la ‘penna del burocrate’ già subito dopo la seconda Guerra d’Indipendenza e dopo l’Unità d’Italia. Fino al 1859 la Provincia contava 168 Comuni, esclusi quelli cremaschi, Cremaera Provincia assieme a Lodi (quelli attuali sono 115 in totale) e contava 210mila abitanti. Il territorio era diviso in 8 distretti. Alcuni municipi erano minuscoli, i servizi erano ridotti al minimo, alcuni avevano le ‘scuole inferiori’ altri neppure quelli. Erano microcosmi formati da un pugno di cascine dove vivevano centinaia di persone, dove antiche tradizioni si tramandavano e un senso di popolare solidarietà era il cemento (ma non sempre). Dopo il Risorgimento il terremoto, fino alla fine del XIX secolo e gli inizi delXXvengono ‘aboliti per decreto’ una cinquantina di comuni. Ed ecco i decreti di Vittorio Emanuele II con il quale sono soppressi i Comuni di Torre d’Angioini, Ca de’ Gaggi, San Lorenzo Picenardi e Pozzo Baronzio accorpati in quello di Torre de’ Malaberti, che assumerà la denominazione di Torre de’ Picenardi (1867); e ancora per decreto spariscono Brancere e Forcello aggregati a Stagno Pagliaro che prenderà il nome di Stagno Lombardo. Ed è del 1868 il decreto che ‘stacca’ Gattarolo Bonserio e Gattarolo Capellino da Ca’ d’Andrea e le dà a Voltido (di antica fondazione longobarda, citato in una carta del 990), Comune oggi a rischio. I decreti si susseguono implacabili cambiando anche le residenze e sempre Vittorio Emanuele II nel 1867 sopprime i Comuni di Fengo e Zanengo, aggregando il primo ad Acquanegra (anno 993) e il secondo a Grumello (anno 970). Nascono poi gli ‘uniti’: Pozzaglio, Sesto e Pescarolo, tanto per citarne qualcuno. Il 28 novembre del 1867 il re sopprime per decreto Luignano, Cortetano, Canova del Morbasco e li ‘aggiunge’ a Sesto ‘che assumerà la denominazione di Sesto ed Uniti’ (la corte sestese compare la prima volta in documento dell’ 889). Più complessa la storia di Pozzaglio.
Un primo decreto del dicembre 1866 accorpa i comuni di Casalsigone (compare in alcuni documenti del 909 e 998) e Castelnuovo Gherardi che prendono il nome di ‘Casalsigone e Uniti’. Ma la penna del burocrate non è contenta e così un anno dopo sopprime e accorpa a Casalsigone Pozzaglio e Solarolo del Persico. Ma non è ancora finita: nel 1888, accorpando ancora qualche cascina il re Umberto I autorizza Casalsigone a cambiare nome in Pozzaglio ed Uniti. Anche Pescarolo segue lo stesso destino (il paese è citato in una carta del 1010). Il 21 novembre del 1867 il re scioglie Castelnuovo del Vescovo e Pieve Terzagni e li unisce a Pescarolo ‘il quale assumerà la denominazione di Pescarolo e Uniti’. Non prende ‘Uniti’ invece Corte de’ Frati nel gennaio del 1868, quando gli vengono aggregati i Comuni di San Sillo e Alfiano (compare nel documento medievale più antico risalente al 759). Anche Soresina si avvantaggia dai ‘regi decreti’ e nel dicembre del 1867 ingloba il Comune di Canova Olzano. Complessa la storia di Ca’ d’Andrea che nasce dallo scioglimento di Brolpasino, Breda Guazzona, Fossa Guazzona. Pieve San Maurizio, Ronca de’ Golferami, Casanova Offredi (nomi di ricche e antiche casate, che compaiono nelle cronache medievali e rinascimentali,manonostante tutto Ca’ d’Andrea è tra quelli a rischio). Grontardo si ‘salva’ grazie all’accorpamento, nel 1868, dei Comuni di Levata e Gambina Barchetti. Quelli citati sono solo alcuni dei ‘grandi’ accorpamenti postrisorgimentali che hanno interessato i paesi del contado. In realtà i ‘regi decreti’ coinvolgono anche la città e la fanno più grande, anche se in modo graduale. Nel 1867 il Comune di Cava Tigozzi viene soppresso e aggregato a quello di Due Miglia (che contava sei borghi tra i quali San Bernardo, Picenengo, Sant’Ambrogio). Quest’ultimo viene accorpato a Cremona nel 1921. Nel 1871 è la volta del municipio dei Corpi Santi che inglobava tutti i casali e le case che circondavano Cremona in un raggio di poco più di un chilometro.
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