di Fulvio Stumpo
Fu uno dei primi poeti d’Italia e contribuì alla nascita della lingua italiana. Girardo Patecchio da Cremona visse nel XIII secolo, era un notiao noto, e ed era molto impegnato nelle vicende politiche della città. Tant’è che il 9 luglio del 1228 è tra gli ambasciatori cremonesi incaricati di fare la pace con Parma. La sua professione probabilmente la deve a Enrico VI di Svezia, il padre di Federico II che lo nominò notaio negli ultimi anni del XII secolo, come attesterebbe un documento. Ma tutto è molto nel vago, anche perchè i documenti riportano il suo nome in modo diverso: Patitus, Pateclo, Patecchio, Pateg, difficile dunque districarsi tra questi nomi.
Chi ha studiato a fondo le origini di Patecchio è stato Lorenzo Astegiano, che ha rivoltato come un guanto la Cronaca di Salimbene da Parma. Secondo Astegiano la famiglia arriverebbe dal Monferrato e si sarebbe trapiantata a Cremona. Sempre Astegiano lo attesta, nel 1254 tra gli uomini di fiducia del signore di Cremona Uberto Pelavicino. Salimbene da Parma, che nella sua ‘Cronaca’ cita più volte Patecchio, non riesce a essere più chiaro. Il monaco parmense riporta i versi di opere di Patecchio e gli fanno da chiosa ad alcuni paragrafi. Il parmense scrive che durante un suo soggiorno a Borgo San Donnino (Fidenza) compone un libro di Noie, ‘alla maniera di Patecchio’. Ma la famiglia di Patecchio e quella di Salinbene non si volevano bene, il monaco infatti rivela un vecchio screzio. In un paragrafo scrive: «Martino di Ottolino de Stefanis fu uomo gioviale, amabile e allegro; gli piaceva il vino ed era bravissimo a cantare accompagnandosi con gli strumenti musicali, senza scendere a livello del giullare. Costui una volta a Cremona beffò e gabbò il maestro Gherardo Patecchio, che fece un libro sulle ‘Noie’; e ben gli stette, che si era meritato che la cosa accadesse ». Non c’è acrimonia nelle frasi di Salimbene, piuttosto soddisfazione per questo episodio che però rimane oscuro. La ‘Cronaca’ non chiarisce la vicenda, però mette in luce che il poeta- notaro era una persona nota della Cremona del ’200. E infatti Patecchio fa parte delle delegazione che stipula la pace con Parmanel 1228 nel palazzo comunale di Cremona. Il documento, conservato all’archivio di Stato di Parma elenca gli emissari delle due città, all’ultima riga delle delegazione cremonese riporta «Gerardo Pateclo de Cremona testibus rogatis », vale a dire che il testo è stato redatto da Patecchio. Gerardo dunque era una personalità politica o un semplice funzionario comunale? Certo per ‘rogare’ un atto del genere la municipalità non avrebbe dato l’incarico al primo che passava, per cui ritenere che Patecchio fosse anche un esponente politico non è errato. Sulla sua morte non si sa nulla, nè una data né dove avvenne, della sua vita insomma rimane molto poco, per fortuna restano le sue opere.
La curiosità
Le opere di Gerardo Patecchio Lo Splanamento de li proverbi de Salamone e le Noie. Il primo componimento, venne scritto attorno al 1229 e conta più di 600 versi, è un poemetto nel quale i celebri proverbi di Salomone si intersecano con altre saggezze popolari di detti e raccomandazioni: un classico della poesia didattica del nord. Nella seconda sezione il poeta cremonese tratta della superbia, dell’ira e dell’umiltà; nella terza si sofferma su alcune caratteristiche di pazzia umana; nella quarta parla malissimo delle donne; nella quinta sottolinea la necessità di avere tanti amici e soprattutto di mantenere rapporti corretti; nella sesta mette in relazione il nesso esistente tra la proprietà dei beni e la morale; nella settima Patecchio riassume gli argomenti trattati. L’altra celebre opera di Patecchio sono Le Noie, un poemetto nel quale non fa che parlar male del genere femminile.