di Gianpiero Goffi
CREMONA — Si rinnova oggi il Giorno del ricordo, istituito nel 2004 «al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». E’ stata scelta, per celebrarlo, la data del 10 febbraio, da sempre viva nella memoria dolente dei profughi, perché il 10 febbraio 1947 venne firmato a Parigi il «trattato di pace» fra l’Italia e le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale. Più che un «trattato», un «dettato» di pace, in quanto l’Italia «subì le condizioni che le vennero imposte e potè soltanto esporre — senza gran frutto — le sue ragioni» (Indro Montanelli-Mario Cervi, L’Italia della Repubblica, pagina 93).
Per quanto riguarda i territori giuliano-dalmati entrati a far parte dello Stato italiano a seguito della grande guerra 1915-18 e poi del trattato di Rapallo del 1924, passavano alla Jugoslavia Zara, la quasi totalità dell’Istria, Fiume e il golfo del Quarnaro, oltre, ovviamente, alle terre della Dalmazia occupate dalle truppe dell’Asse durante la seconda guerra mondiale. Trieste era costituita in «Territorio libero», una condizione che durerà fino al 1954 quando, con il Memorandum di Londra, la zona A del Territorio, che comprendeva il capoluogo giuliano, venne restituita all’Italia, mentre la zona B (con città quali Capodistria, Pirano, Umago e Cittanova) era affidata — si disse temporaneamente (fino ai trattati di Osimo del 1975) — all’«amministrazione civile» jugoslava. Merita di essere ricordata la ribellione morale che la ratifica del trattato di pace suscitò, all’Assemblea costituente, in tre grandi vecchi dell’Italia liberale prefascista: Benedetto Croce, Francesco Saverio Nitti e, soprattutto, Vittorio Emanuele Orlando, il «presidente della Vittoria» del 1918. Prevalse il sofferto realismo del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi che pure si era presentato, con un discorso di grande dignità, il 10 agosto 1946, alla conferenza della pace di Parigi. La ‘soluzione’ politico-diplomatica della questione dei confini orientali si collocava in un percorso che declinava la tragedia della guerra e della disfatta in una molteplicità di storie personali, familiari e relazionali. Pensiamo alle atrocità e agli eccidi di cui furono vittime le popolazioni italiane ma anche quelle slave; allo sradicamento dalle terre native, all’abbandono di tutto e all’esodo verso la Penisola (incominciato da Zara già nel 1943) di oltre 250mila italiani di fronte all’occupazione e ai crimini perpetrati prima dai nazisti e poi dall’Armata comunista del maresciallo Josip Broz Tito. Cremona fu allora una delle mete dei profughi, inizialmente raccolti alla caserma Lamarmora, poi insediati prevalentemente nel quartiere di Borgo Loreto. Ma non tutte le località italiane destinate a tale compito si rivelarono altrettanto accoglienti e benevole. Non mancarono situazioni di indifferenza e di disprezzo che accrebbero le sofferenze di coloro che sono stati anche definiti, e non a torto, come i più italiani degli italiani. Dopo un silenzio pluridecennale — se si eccettuano associazioni degli esuli, partiti e intellettuali di destra — dovuto a complicità o ragioni politiche internazionali (il distacco di Tito dall’Unione sovietica) e interne, a sensi di colpa per l’italianizzazione forzata perseguita dal fascismo, e al «carattere minoritario e desueto di qualsiasi discorso patriottico in senso tradizionale nel clima culturale dominante» (Giovanni Sabbatucci), solo in tempi recenti si è tornato a parlare delle foibe. In quelle cavità a imbuto rovesciato del terreno carsico vennero gettati, già uccisi o feriti (trovandovi poi un’orribile fine), migliaia di italiani e oppositori politici di Tito di tutte le nazionalità e condizioni (ma una quantificazione precisa non è ancora possibile). Particolare odio e accanimento fu riservato ai sacerdoti cattolici, uno dei quali, don Francesco Bonifacio, riconosciuto martire, è stato beatificato tre anni fa. Ed è di questi giorni la richiesta della revoca postuma delle onorificenze concesse dall’Italia a Tito (e ad altri dirigenti comunisti jugoslavi) e della cancellazione delle strade a lui indebitamente dedicate nel nostro Paese: almeno undici, stando a un’indagine dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia. © RIPRODUZIONE RISERVATA