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Cesira Ferrari martire ottocentesca della violenza domestica


di Barbara Caffi
«Sabato corrente viene a casa mio Marito, ti puoi immaginare il pensiero che hò d’avere ma Iddio ci penserà anche per me»: lo scrisse il 9 aprile 1889 Cesira Ferrari al fratello adottivo residente nel milanese. Cesira aveva 25 anni e un marito violento, un attaccabrighe senza un lavoro fisso e con il vizio dell’alcol, che non esitava a menar le mani e che l’aveva più volte minacciata. Che Cesira avesse paura era comprensibile, ma il triste presagio espresso al fratello non fu sufficiente a salvare la vita alla giovane donna. Giuseppe Manara detto Babila uscì infatti dalla prigione di Castelfranco Emilia il 13 aprile, arrivò a casa verso mezzanotte e poche ore dopo convinse Cesira a seguirlo verso il fiume; nei pressi del Morbasco accoltellò la moglie e la gettò in acqua ancora viva.

Non pago, Babila tornò a casa e uccise il suocero. Il duplice delitto ebbe a Cremona un clamore senza precedenti e la storia di Cesira — così drammaticamente attuale — fu tramandata addirittura nelle canzoni popolari. A ricordarla è un libriccino — La storia della ‘povera’ Cesira. Una tragedia femminile nell’Ottocento cremonese — edito dal Soroptimist nell’ambito del progettoA passi affrettati... contro la violenza e che raccoglie i contributi di Maria Luisa Corsi, Maria Luisa Betri, Gemma Mantovani e Alessandro Lucchini. Quella di Cesira è infatti una storia emblematica, il suo fu un delitto annunciato e prevedibile. Non solo, ma l’efferatezza del duplice delitto da parte di Babila suscitò una forte reazione in città. Per quella sorta di ‘naturale’ morbosità che ancora oggi accompagna i fatti di sangue. Ma anche perché a protestare contro l’assassino —c he si disse provocato da lettere anonime che accusavano Cesira di avere una relazione incestuosa con suo padre — furono le donne di ogni ceto. Cesira era una di loro, molte di loro — probabilmente — avrebbero potuto essere al suo posto. Cesira Ferrari lavorava in filanda, sapeva leggere e scrivere ed era anche iscritta alla Società femminile di mutuo soccorso, a cui si rivolgeva per prendere in prestito i libri. Con tre amiche si fece fotografare da Giuseppe Betri, fotografo allora in voga, indossando tutte e quattro abiti che non nascondono l’origine popolare ma curatissimi, impreziositi da collanine di perline, nastrini e pizzi.

La ‘filèera’ Cesira, insomma, è una donna che ha una certa consapevolezza di sé. Seppure meno pagate rispetto agli uomini, costrette a lavorare a ritmi serrati e in un ambiente fortemente insalubre, le ‘filèere’ erano comunque tra le categorie più agguerrite nel chiedere migliori condizioni di lavoro. Unite e solidali sul lavoro, si dimostrano tali anche quando Cesira viene uccisa: per lei organizzano un funerale di lusso con tanto di banda musicale e un piccolo monumento al cimitero. Ma soprattutto testimoniarono in tribunale quanto Cesira fosse una moglie onesta, fedele e affezionata a un marito che pure — a forza di botte — le aveva provocato due aborti. Babila cerca di trasformare il suo duplice omicidio in un delitto d’onore. Racconta di lettere ricevute in carcere, racconta di una relazione tra padre e figlia, adducendo la gelosia come causa scatenante delle sue azioni. Ma «la gelosia non passa, non fa presa — rileva Mantovani —: la gente, i cremonesi, forse prima dei giudici, non accettano la discriminante del delitto d’onore, dimostrando, in questo caso, il superamento di vecchi e brutali schemi nel rapporto uomo-donna». La condanna di Babila ai lavori forzati a vita (poi commutati in ergastolo) denota una certa, illuminata lungimiranza da parte dei giudici. Che non dettero credito al presunto tradimento di Cesira ma che neppure misero a morte Babila, come la pubblica opinione avrebbe voluto. La sentenza fu lo specchio del codice penale Zanardelli, il primo del nuovo regno d’Italia, che voleva essere moderno, borghese e liberale. Dalla foto seppiata di Betri Cesira ci guarda con occhi tristi e solo un accenno di sorriso.
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