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Carcere duro a Cremona dal XV al XIX secolo


di Fulvio Stumpo
In cella c’erano Andrea Denti per essere stato sorpreso con una donna ‘vestita da uomo’,Giovanni Pedrazzino ‘il bresciano’ per avere rubato dei polli, Matteo Carnovali perchè aveva sottratto un cavallo, Francesco Feri, borsaiolo di professione, e poi in catene erano anche ‘il Napolitano’, ‘il Polacco’. Dalle cronache che vanno dal XV al XIX secolo escono nomi, fatti, situazione che oggi si chiamerebbero al limite della sopravvivenza.

 Le carceri di Cremona non erano un albergo, anzi le condizioni di vita dei prigionieri era durissima. Il Comune della città decise di trasferire il carcere in una porzione del palazzo comunale, quella che dà sulla via Lombardini, l’ingresso era su piazza Stradivari, all’epoca ‘piazza Piccola’. I carcerati, si diceva, vivevano in condizioni miserande: due buchi per servizi igienici, niente mobili, celle gelate e coperte pulciose, mangiare al minimo, tanto che nel 1521 i detenutimandano una lettera alle autorità competenti con la quale sottolineano che erano in 18,‘forestieri’, che nessuno parlava con loro e che avevano da mangiare solo quello che forniva la carità pubblica: una media di un pane al giorno e un boccale di vino da far durare per sette giorni.Nel 1600 il vitto era garantito dalla carità di due ospedali, quello delle Donne e quello di Sant’Omobono: 140 forme di pane a settimana. Gli amministratori del carcere sottolineano al Comune che bastano solo per quattro giorni.

 Da morire di fame, letteralmente. E infatti in un’altra lettera alle autorità i carcerati fanno presente che in una settimana tre prigionieri erano morti di fame e di stenti e «dalla fame caschiamo quasi tutti». Il problema (evidentemente antichissimo) si presentava soprattutto quando saliva il numero dei detenuti: sempre nel 1600 nelle celle erano ospitate 76 persone «Numero asceso in grandissima quantità ». Il Comune emise un provvedimento quanto meno singolare, intimò agli enti caritatevoli di provvedere ‘ai carcerati poveri’. Perchè quelli più abbienti problemi non ne avevano, o meglio erano limitati. Infatti al loro vitto ci pensavano le famiglie direttamente che ogni giorno facevano arrivare le vivande ai parenti in cella mediante una corda che veniva calata dalle finestre. Eppure dai regolamenti carcerari era previsto che ai generi di prima necessità, compresi i vestiti e le coperte, avrebbero dovuto pensarci le autorità, anche mediante i lasciti di ricche e nobili famiglie cremonesi «Ma erano tutte belle parole » scrive AgostinoCavalcabò. Nella realtà la situazione delle carceri cremonesi non cambiòmai fino al XIX secolo, quando la municipalità decise di abbattere l’ultimo ricordo del tristissimo luogo di pena.


La curiosità
Prima di prendere ilmare i condannati alla galera venivano imprigionati a Cremona in attesa di partire per la loro destinazione. «Durante quest’attesa stavano rinchiusi in una stanza a piano terreno, verso Piazza Piccola, e chiunque poteva vederli attraverso una finestra munita di grossa inferriata, attraverso la quale chiedevano elemosine e vivere ai passanti. A quei detenuti si può dire che nessuno pensasse sino al giorno che dovevano partire: in tale occasione si pensava molto ad essi per non far fare brutta figura alla città. Nel 1617 «furono sforciati i Protettori de Poveri Carcerati heri mattina far molta spesa intorno i poveri condannati alla galera, quali furon condotti via, di provvederli di scarpe, capelli, camicie ed altre cosette che segli sol provedere in simili occasioni, per non lasciarli andare ignudi, per decoro della III.re Città».