LaProvinciadiCremona/ Cultura/ Radici e Storia/

'Calpesta e divisa' fino a Porta Pia


di Fulvio Stumpo


L’Italia è stata uno dei primi paesi europei ad avere un concetto identitario di nazione, eppure è stato uno degli ultimi a compiere il processo unitario (ha fatto peggio solo la Germania, unita nel 1871). Già verso l’8 avanti Cristo, 2000 anni fa, Ottaviano Augusto individuava nella penisola una provincia a se stante e la suddivideva in 11 regioni (tranne la Sicilia che era considerata una provincia a parte). I popoli all’interno dei confini ben presto diventarono ‘romani’ o quanto meno, etnologicamente, ‘italici’ (ed erano ben contenti di esserlo, altro che resistenze sannite o celtiche o brettie fino alla morte).

Tutto sembrava concorrere ad una unificazione dell’Italia precoce rispetto al resto dell’Europa, ma una serie di circostanze ha bloccato questo processo fino al 1861 e anche oltre, una serie di circostanze che il Paese paga ancora oggi, a 150 anni dall’Unità. Papa-re, Comuni-stato, signori rinascimentali splendidi ma che non avevano la forza di unificare il paese e facevano equilibrismi per mantenere lo status quo e dunque il possesso dei loro piccoli stati, dominazioni straniere. Queste le forze che mantennero divisa l’Italia per ben 1500 anni. La frammentazione dell’Italia inizia con il tracollo dell’Impero (o meglio con la fine dell’autorità imperiale in Occidente). Ben prima del 476 si possono individuare alcune peculiarità: le città, quelle che rimangono, si ‘chiudono’ e vedono nei vescovi o nei rappresentanti della chiesa cattolica i punti di riferimento, prendendo una strada di autonomia che neppure il regno dei Goti di Teodorico riuscirà a interrompere e la riconquista di gran parte dell’Italia portata a termine dai Bizantini (553) iniziò ad accentuare le differenze tra nord e sud. Ma ciò che delinea meglio e in modo definitivo la divisione è l’arrivo dei Longobardi del 569. Questi ‘barbari’ si insediano in quasi tutto il nord d’Italia dal Piemonte fino al Friuli (escluse le isole e le lagune venete) dalla Lombardia fino a Spoleto e Benevento. Ma Bisanzio tiene ancora il Veneto, la Liguria, le terre dal Po fino a Gubbio, e buona parte dell’Italia centrale e della Campania, la Calabria, la Puglia la Sicilia e la Sardegna. L’Italia è già divisa e siamo appena nel VII secolo dopo Cristo. Mancano 1400 anni all’Unità. Le cose però si complicano. I Longobardi con i loro ducati frammentano ancora di più l’Italia con i loro ‘ducati’, fino a quando però, i re da Liutprando a Desiderio non iniziano a vagheggiare un regno italico che vada dalle Alpi fino a sud. Potrebbero anche farcela, i bizantini ormai sono in declino, i loro eserciti sono stati sconfitti più volte e ampi territori imperiali (compresa Cremona nel 603) diventano longobardi. Però non hanno fatto i conti con lo stato della chiesa, o meglio come si chiamava all’epoca con il ‘Patrimonio di Pietro’: i papi dal VII fino al XIX secolo hanno cercato di impedire l’unità d’Italia in tutti i modi alleandosi con chiunque ne avesse garantito in qualche modo la divisione. E infatti i papi per contrastare le mire dei longobardi, prima ‘santificano’ i carolingi che avevano usurpato il regnoo franco ai Merovingi e poi chiamano in soccorso Pipino e Carlo Magno che confermano la cosiddetta ‘Donazione di Costantino’ un falso medievale sul quale i pontefici hanno basato il diritto del potere temporale. I Longobardi vengono sconfitti e il possibile progetto di un regno unito sfuma. I Franchi, è ovvio, non possono neppure pensare a un’Italia unita visti i rapporti col papa, e così si arriva alla fine dell’IX secolo con al nord ducati e marchesati, emanazione dell’impero carolingio, al centro lo stato pontificio, e al sud gli Arabi. E siamo solo nel 900 dopo Cristo, mancano altri 900 anni all’Unità. Nel XI secolo l’Italia cambia ancora assetto: nel Sud si affermano i Normanni, a centro prospera sempre lo stato pontificio e nel nord qualche marchese si autonomina re d’Italia (Berengario e Arduino). L’Italia è sempre più frammentata e l’età comunale, pur favorendo le nostre splendide città, non aiuta: ogni Comune è gelosissimo della propria autonomia, e combatte una lotta secolare contro l’Impero (o contro chiunque altro) possa metterla in discussione. Uno stato perenne di lotta e di guerre ben fomentato dallo stato pontificio che proprio in quegli anni con Gregorio VII prima e Innocenzo III dopo elabora la dottrina della supremazia del potere del papa sopra ogni forma di altro governo. In questo modo il papato si dà un’arma formidabile: la scomunica per chi non obbedisce e dunque lo scioglimento dal giuramento di fedeltà da parte dei sudditi verso lo scomunicato. Un’arma che il papato usa contro gli imperatori tedeschi, soprattutto verso Federico II. Il grande imperatore controlla attraverso i Comuni a lui fedeli il nord e direttamente il sud (lo ha ereditato dal nonno e dalla madre, Ruggero e Costanza d’Altavilla) che tiene con pugno di ferro, quando Messina chiede più autonomia la rade al suolo. Lo svevo ha carisma, mezzi, intelligenza e volontà, potrebbe essere lui a unire l’Italia. Ma ancora una volta il papa si mette di traverso, è proprio il caso di dirlo, e impedisce l’unificazione. A questa forza centrifuga, è meglio ripeterlo, va sicuramente aggiunta la voglia di autonomia dei Comuni, che è tanta. Con Federico II il nostro paese forse perde l’ultima grande occasione, pian piano i comuni dileguano nelle signorie che fanno del nord e del centro Italia un vero e proprio puzzle rompicapo, mentre il sud diventa appannaggio delle varie dinastie francesi o spagnole che paradossalmente lo tengono unito nel ‘Regno di Napoli’ o ‘Delle due Sicilie’. Si è alla fine del 1300, mancano 500 anni all’Unità. Verso la fine del XV secolo e fino al ’700 l’Italia diventa addirittura ‘preda’ di Francia, Spagna, Ausburgici. La Penisola è un campo di battaglia nelle Guerre di Successione che la spopolano e l’appestano. Stati e signorie cambiano padroni spesso, solo lo stato pontificio rimane integro, passa da un protettore all’altro (gli va male solo nel 1527, col ‘cattolicissimo’ Carlo V che consente ai Lanzichenecchi di metterla a ferro a fuoco, ma non mette neppure in conto di spodestare il pontefice e pensare a un’Italia unita). Finalmente qualcosa si muove con Napoleone, il potere temporale è a rischio, ma certo l’Imperatore non pensa a unire la penisola: al nord ‘inventa’ le repubbliche, il sud lo ‘regala’ a suo cognato Gioacchino Murat che diventa re (e tra l’altro per un momento forse sogna di unire l’Italia) e Venezia la ‘vende’ all’Austria. L’epopea napoleonica è un fulmine, nel 1815 la Restaurazione divide l’Italia in sette stati. Inizia il Risorgimento e dopo un iniziale appoggio è ancora una volta la Chiesa ad opporsi strenuamente: è l’ultimo stato italiano a cedere, ma serve Porta Pia e altri morti. © RIPRODUZIONE RISERVATA