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A Vailà la fine del dominio di San Marco


di Fulvio Stumpo
«A Vailà, in una giornata perderono (i veneziani ndr) quello che avevano acquistato ». Il passo, di Niccolò Machiavelli, è tratto dal suo celeberrimo ‘Il principe’. Il segretario fiorentino con quel ‘Vailà’ si riferisce alla battaglia di Agnadello, del 14 maggio del 1509, dove i Veneziani furono sconfitti dai Francesi e dai papalini di Giulio II. Una battaglia che avrebbe dovuto portare Venezia a conquistare quasi tutto il settentrione e che invece le costò anche i possedimenti che finora aveva nel Cremonese e in buona parte del nord. La vicenda prende le mosse dalla voglia di conquista della Francia, che vuole il ducato di Milano. Nel 1495 le truppe del re Luigi XII, e quelle della Repubblica di Venezia attaccano Milano e sconfiggono Ludovico il Moro. Il re francese compensa la Serenissima con ampi territori, compresa Cremona e la Gera d’Adda. Inizia così una dominazione, positiva per la provincia, che avrà però vita breve, appena 10 anni (continuò a Crema). Ma Venezia non si accontenta, vorrebbe di più. Ma le sue mire espansionistiche contrastano con quelle delle altre potenze.

Addirittura il vecchio alleaoto, la Francia rivuole la Lombardia diventata veneta, soprattutto Cremona. A tessere le fila contro Venezia è il papa Giulio II che nel 1508 fonda la Lega di Cambrai, un’alleanza tra i francesi di Luigi II, gli spagnoli di Ferdinando il Cattolico, e gli asburgici dell’imperatore Massimiliano I. Tutti contro Venezia. Gli eserciti si scontrano il 14 maggio del 1509 nei pressi di Agnadello. Comandante in campo della Serenissima è il famoso condottiero Bartolomeo d’Alviano, le truppe alleate dal milanese Gian Giacomo Trivulzio. I veneti però sono per la maggior parte reclute poco esperte. Le milizie alleate invece sono forti di veterani e soprattutto possono contare sull’artiglierie. I fanti di San Marco sono già decimati dai cannoni vengono attaccati dalla cavalleria. Ma l’intervento del valoroso Bartolomeo d’Alviano sembra riportare le sorti a favore dei veneti, che sono così a un passo dalla vittoria.A salvare la situazione è lo stesso re di Francia Luigi XII che getta nella mischia un battaglione di fanti scelti. Ciò concede alla cavalleria di Trivulzio di riorganizzarsi e di contrattaccare. Per i veneziani è un massacro la battaglia è persa. Gli eserciti della Lega di Cambrai assediano Pizzighettone che si arrende dopo una lunga resistenza. Luigi II entra a Cremona: la dominazione veneta sul Cremonese è finita. Ecco cosa accadde dunque nel Cremasco 500 anni fa. Un avvenimento che per Machiavelli fu traumatico. Nelle ultime pagine de ‘Il principe’ ritorna sulla ‘battaglia di Vailà’ e dunque sulla necessità di un esercito nazionale: primo embrione per l’Unità d’Italia. Machiavelli aveva la vista (e l’intelligenza) lunga.

 Venezia è all’apogeo della sua potenza, il leone di San Marco domina su larghi territori italiani, nell’Adriatico e nel Mediterraneo orientale. Le sue galee solcano mezzo mondo e la Serenissima si batte da pari a pari con le grandi potenze del momento, l’Impero germanico (ormai diventato universale) e quello ottomano. Venezia dominerà buona parte del Cremonese e del Cremasco, quest’ultimo fino all’avvento di Napoleone, il Leone campeggia ancora su molti monumenti cremaschi (nel 1571 una nave cremasca parteciperà sotto le insegne della Serenissima alla battaglia di Lepanto). Venezia vorrebbe inglobare tutto il territorio, provoca le potenze, si allea, disfa amicizie e ne intreccia di nuove, le sue mire sembrano avere buon fine. Ma sulla sua strada trova un grande papa (o meglio, un grande statiste e guerriero) Giuliano della Rovere, ovvero Giulio II che ad Agnadello sconfigge il Leone.