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Vinicio Ongini - Noi Domani. Un viaggio nella scuola multiculturale


di Nicola Arrigoni
Un viaggio nella scuola multiculturale italiana, un itinerario dalla valle del Po alla Sicilia per documentare chi la scuola con le sue contraddizioni, ma soprattutto con le sue tante risorse, la costruisce ogni giorno.

Questo è il senso del libro, Noi Domani. Un viaggio nella scuola multiculturale, edito da Laterza, e firmato dal cremonese Vinicio Ongini, originario di Bordolano, ma da anni in forza al Ministero dell’Istruzione, presso l’Ufficio integrazione alunni stranieri. «Ho voluto raccontare l’Italia dell’integrazione per nome e cognome—afferma Vinicio Ongini —. Ho voluto documentare come l’integrazione si realizzi nei modi più impensabili e sia una risorsa, senza nasconderne i problemi che pure ci sono, come in ogni nuova convivenza. Ho voluto raccontare questo passando dalle grandi città e dai piccoli centri della nostra provincia italiana, fino alle comunità montane. Nell’alta valle del Po c’è una comunità di cinesi perfettamente integrata che uno non si aspetterebbe, fanno gli scalpellini e lavorano la pietre di cui è fatta la Mole Antonelliana di Torino. Si sono sostituiti in questo antico mestiere agli italiani ».

 Nel volume c’è un capitolo che s’intitola C’è speranza se questo accade a Bordolano, rimandando a un libro di Mario Lodi. «L’esperienza interculturale maturata all’interno dell’istituto comprensivo di cui fa parte la scuola di Bordolano viene raccontata dando voce al sindaco Diego Bottini, alla dirigente Lucia Rocca, alla giovane psicologa cremonese Francesca Galloni—continua Ongini —. Molte scuole elementari della nostra campagna non esisterebbero se non ci fossero gli stranieri. Pochi sanno che fra le province con la più alta percentuale di stranieri nella popolazione scolastica c’è quella di Piacenza. Nel mio viaggio non potevo certo dimenticarmi di Cremona e di Bordolano, dove è nato mio padre. Ma questo è lo stile del libro.

A raccontare l’integrazione sono gli stessi protagonisti che la vivono nel quotidiano, non solo insegnanti e docenti, non solo le famiglie, ma anche il tabaccaio di Milano, o il gelataio di Roma che voleva chiudere la sua fabbrica di gelati per l’invasione di cinesi e oggi quei cinesi sono diventati suoi clienti». Storie concrete a cui Ongini tiene e che rappresentano il suo contributo nei confronti della scuola reale. «Mi sono mosso con i miei dati statistici, ma ho voluto verificare quanto accade nelle aule. Le cifre se rimangono tali non hanno un gran senso, ho voluto dare una risposta a certi luoghi comuni, all’ansia che attraversa la scuola e che fa male alla missione educativa—prosegue l’autore —. Con questo non ho negato l’esistente e non nego che i problemi ci siano. In Calabria ho visitato le scuole dove vanno i figli dei profughi, ma ho registrato anche il senso di impotenza davanti a strutture che abbisognano di manutenzione ».

L’integrazione si crea fra i banchi ed è un processo di scambio reciproco.«Sta emergendo come dato interessante l’impegno che molti stranieri mettono nel conseguire il successo scolastico. Un impulso che viene dalle famiglie dei ragazzi e che può essere avvicinato alla percezione della scuola che gli italiani avevano fra gli anni Quaranta e Cinquanta—racconta l’autore di Noi Domani —. La presenza di stranieri e ragazzi provenienti da diverse parti del mondo sta evidenziando apprendimenti diversi, crea confronto, permette di aprire le menti e affrontare argomenti come la matematica con modalità differenti. Nel caso delle materie scientifiche e della matematica in particolare i cinesi sono fra i migliori, per non tacere della propensione alle lingue dei ragazzi slavi. Insomma i volti nella scuola a colori dell’integrazione sono diversi, non mancano le contraddizioni, ma c’è anche tanta voglia di farcela, di costruire un mondo nuovo in cui diverse culture e diversi saperi possano convivere». E allora sembra più che doveroso citare alla lettera un passo dedicato all’esperienza di Bordolano, quando Ongini scrive: «Dopo il canto collettivo dico ai bambini che sono venuto a fare a loro una domanda, una domanda importante: ‘Come state in questa scuola?’, e loro, naturalmente, rispondono in coro: ‘bene!!’, ma uno di loro, uno con il cipollotto arancione, risponde : ‘bravi!’. Non risponde ‘bene’. Uno scarto lessicale interessante, è un indizio, mi segnala la ‘guida indiana’, perché ‘bravi’ appartiene al lessico e all’immaginario , alle aspettative sulla scuola dei gruppi punjabi».
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